Tempo Ordinario: Domenica XXIII dell’Anno A (2025-26).
Nota introduttiva: L’omelia va preparata dal pastore dei fedeli, ai quali essa è rivolta, perché deve tener conto della Parola di Dio, del tempo liturgico e delle condizioni e bisogni dei fedeli; questa, che segue, potrebbe essere un’omelia rivolta a un uditorio di fedeli sconosciuti, perché tiene conto solo dei primi due elementi. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili e fruttuose queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi, francescospaduzzi@gmail.com)
Tempo Ordinario: Domenica XXIII dell’Anno A (2025-26)
Letture bibliche: Ez 33,7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
Introduzione. (a) Gesù ci ricorda che dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18,20). Noi non siamo degni della presenza del Signore, perché siamo tanto peccatori... All’inizio della Messa chiediamo perdono dei nostri peccati per diventare meno indegni di stare alla Sua presenza e rendere meno sgradevole la nostra presenza al Suo cospetto. (b) In Matteo Gesù indica dei passi da fare per cercare – per amore verso il prossimo - di riportare sulla strada dritta un fratello che l’ha perduta e valuta anche l’ipotesi che questi possa rifiutare di correggersi; e ricorda che l’amore fraterno è così importante che rende Gesù presente in mezzo agli uomini ed efficaci le loro preghiere. Ezechiele ricorda che i responsabili delle comunità devono avere il coraggio di avvertire che finisce fuori strada, per amore verso il prossimo e anche verso se stessi. Romani indica l’amore di Dio e del prossimo come il compendio di tutta la Legge.
I – (a) La prima lettura apre il discorso della correzione del popolo ebreo per mandato ricevuto da Dio: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia (7). E quindi del castigo del profeta, che non fa il proprio dovere di avvertire il colpevole: Se io dico al malvagio: Malvagio, tu morirai, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte domanderò conto a te (8), e del premio di chi fa il proprio dovere: Ma se tu avrai ammonito il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità. Tu invece sarai salvato (9).
II – Per comodità di riflessione possiamo dividere il Vangelo in tre parti. (A) Gesù vuole che noi individualmente e comunitariamente pratichiamo la correzione fraterna: con carità, prudenza e delicatezza, ma dobbiamo farlo. (a) Gesù fa il caso di un tuo fratello (che) commette una colpa contro di te, cioè uno che fa parte della comunità e fa un peccato contro qualcun altro. Gesù suggerisce: va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello (15). Ovviamente lo scopo di questa correzione fraterna è di salvare il fratello e facilitarne la conversione, non di umiliarlo o farlo soffrire. (b) Ma può darsi che il fratello non tenga conto dell’ammonizione; in tal caso, se si tratta di una colpa di una certa gravità, conviene avvertirlo davanti a due o tre fratelli per dare maggiore autorità alle proprie parole e per rendere l’intervento maggiormente persuasivo (cfr. 16). (c) Può ancora avvenire che il fratello non voglia proprio correggersi... Allora è necessario riferire alla comunità, ai suoi capi, perché intervengano con la correzione pubblica, e se necessario – nel caso che il fratello rifiuti anche questo tentativo di aiutarlo – lo escludano dalla comunità: sia per te come il pagano e il pubblicano (17). (B) Riflettiamo su questo testo. (a) Anzitutto notiamo che, purtroppo, noi procediamo in modo ben diverso. Quando qualcuno fa qualcosa di male, prima lo diciamo agli altri sotto forma di pettegolezzo, poi arriva all’orecchio dell’interessato per vie traverse. Così offendiamo la carità parlando male di un fratello: certo non si tratta di peccato di calunnia, perché il fatto è successo, ma è peccato di detrazione, cioè senza necessità diciamo cose negative ma vere su un nostro fratello. La conseguenza è che in questo modo rendiamo più difficile la conversione del fratello, perché provochiamo il suo risentimento col nostro pettegolezzo. Pentiamoci per tutte le volte che abbiamo peccato di detrazione e soprattutto di calunnia contro il nostro prossimo. E cerchiamo di riparare parlandone bene per quei lati positivi che ha. Certamente non possiamo dire una bugia negando ciò che è successo, ma nessuno di noi è così totalmente negativo che non abbia qualche buona qualità, della quale si possa parlare. (b) Per completezza ricordiamo che si possono e si devono riferire le cose negative di una persona, per evitare che essa faccia male ad altre persone, specie per tutelare persone fragili e credulone per età o per carattere, che potrebbero essere aggirate e sfruttate. (b) Alcuni poi, come ci dice questa lettura e fa supporre il testo di Mt 18,18, quando si compiono abusi o peccati, hanno l’obbligo di intervenire, come il Papa per tutta la Chiesa e il mondo, i vescovi e i sacerdoti nei confronti dei fedeli, le autorità statali coi loro sudditi, i genitori coi figli, i maestri con gli alunni, tutti quelli che in qualsiasi modo hanno responsabilità nei confronti delle persone affidate alle loro cure. Lo scopo finale deve essere il maggior bene dei colpevoli e della comunità, e quindi l’amore verso Dio e verso il prossimo. (c) In 1Cor 5 c’è il caso di un incestuoso, che viene escluso dalla comunità per intervento di Paolo: nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme, con la potenza del Signore nostro Gesù, questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della sua carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore (1Cor 5,4-5). Qui Paolo salta i passaggi intermedi perché i singoli e la comunità non erano intervenuti, nonostante sapevano. Paolo, comunque, vuole salvare il colpevole. Pentiamoci per le volte che non abbiamo praticato la correzione fraterna pur avendone l’obbligo. Danneggiamo il nostro fratello peccatore e la comunità in cui egli è inserito e noi stessi.
2. (a) Gesù poi ricorda che viene ratificato in cielo ciò che viene fatto dagli Apostoli sulla terra: In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo (18). La Chiesa ha sempre interpretato questo testo come rivolto agli Apostoli, perché sono al plurale le stesse parole, che Gesù dice a Pietro al singolare (Mt 16,19). In pratica Gesù promette ai Dodici Apostoli insieme, quindi compreso Pietro, l’autorità che è promessa a Pietro da solo, e che, secondo il linguaggio giuridico di allora, consiste in un potere universale di condannare e assolvere, di proibire e permettere. Rinnoviamo la nostra fede nell’autorità di Pietro e degli Apostoli nella Chiesa di 20 secoli fa e nell’autorità del Papa e del Collegio dei Vescovi nella Chiesa di oggi e la nostra disponibilità a obbedire alle loro indicazioni. (b) Infine Gesù ricorda due realtà bellissime: la Sua presenza in mezzo alle persone riunite nel Suo nome (cioè tenuti insieme dalla fede, speranza e carità) e l’efficacia della preghiera comunitaria: In verità vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’ accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (19-20), intendendo per comunità, oltre i due o tre riuniti nel nome di Cristo, anche la famiglia cristiana (che è permanentemente riunita nel nome di Cristo, perché ha iniziato la sua esistenza con la benedizione del Signore), qualsiasi assemblea liturgica, gruppi in pellegrinaggio, ecc. In realtà, a proposito dell’efficacia della preghiera, bisogna precisare che, venendo essa dalla presenza e unione con Cristo, tale unione ce l’hanno anche i singoli cristiani, perché Cristo è il Capo del Corpo che è la Chiesa, e i singoli cristiani diventano Sue membra, unite a Lui, dal battesimo in poi. Dovremmo spesso rinnovare la nostra fede nella verità che Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi (Rm 8,34; cfr. Eb 7,25) e che, quando noi preghiamo, uniamo la nostra preghiera alla Sua.
III – (a) S. Paolo ci ricorda che tutta la vita del cristiano deve essere ispirata dall’amore: Non siate debitori di nulla, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la legge (8), e quindi anche la correzione fraterna o di autorità. S. Paolo specifica che tutti i comandamenti si raccolgono nell’amore. In effetti i primi tre comandamenti riguardano la pratica dell’amore verso Dio e gli altri sette la pratica dell’amore verso il prossimo: pienezza della legge infatti è la carità (10). E completa il concetto con l’affermazione che l’amore necessariamente tende al bene e non al male del prossimo: La carità non fa alcun male al prossimo (10). Impariamo a vivere d’amore. La nostra felicità in questo mondo e nell’eternità dipende dalla nostra capacità di amare gli altri e provocare la risposta di amore degli altri nei nostri confronti. E questa capacità di amare ci viene dallo Spirito Santo: l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5). (b) Il centro delle Letture di oggi è l’amore verso il prossimo, che non può mai prescindere dall’amore a Dio come questo non può prescindere dall’amore al prossimo, proprio come chiaramente dice Giovanni nei due testi che seguono: Se uno dice: “Io Amo Dio”, e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20); In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti (1Gv 5,2). Il primo testo sottolinea che chi ama il fratello necessariamente ama anche Dio e il secondo che chi ama Dio ama anche il fratello.
Pensiero eucaristico. L’Eucarestia è segno “di così meraviglioso amore di Gesù Cristo, Nostro Signore”, verso di noi e “segno di unità”, “legame d’amore” e “simbolo di concordia” (Concilio di Trento, Decreto sull’Eucarestia; Sess. 13.ma), memoriale della Passione e Morte di Gesù, ormai risorto per sempre. Preghiamo la Vergine Maria, nostra Madre, e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni, perché con l’ascolto della Parola e unendoci a Gesù eucaristico, possiamo unirci anche più intimamente gli uni agli altri. (mons. Francesco Spaduzzi)