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Se il mondo va oltre la Guerra Fredda...

Il mondo sta rapidamente cambiando e noi stessi facciamo sempre più fatica a leggere, in anticipo, i segni del cambiamento; la storia, che si insegna nelle scuole superiori italiane, si ferma – nella migliore delle ipotesi – al 1989, cioè alla caduta del Muro di Berlino e, dunque, alla conclusione della Guerra Fredda, che quell’evento volle significare. 
Nel corso dei venticinque anni, trascorsi dalla data spartiacque per il XX secolo, sono accaduti altri eventi, che avranno per gli storici, che scriveranno le loro lucide analisi, un’importanza non secondaria rispetto alle dinamiche precedenti il 1989. 
Infatti, almeno due grandi fatti si sono prodotti nello scorcio finale del secolo scorso ed in quello iniziale dell’attuale: l’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001 e la crisi economica che, scoppiata in America nel 2007, si è propagata per l’intero Occidente, creando effetti nefasti per lo stato sociale, fortemente pregiudicato dalla stagnazione della produzione. 
Tali eventi, seppur inizialmente non convergenti, hanno prodotto conseguenze che sono intimamente legate fra loro: abituati a conoscere, nel corso della seconda parte del Novecento, solo due superpotenze (U.S.A. ed U.R.S.S.), abbiamo cominciato poi a familiarizzare con altri Stati (India, Cina, Brasile, taluni Paesi del mondo arabo), che hanno potenzialità ben superiori a quelle degli Stati che guidavano il mondo subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Non è irrilevante il fatto che la Cina abbia, oggi, un P.I.L. superiore a quello degli U.S.A. e possa godere di una fase di sviluppo – stando alle previsioni – con prospettive ben più auree rispetto a quelle della vecchia Europa, che ormai sta diventando sempre più l’area dei traffici commerciali egemonizzata dalla Germania, unica nazione ad aver tratto, finora, grandi vantaggi dalla nascita dell’Unione Europea. 
È evidente che le contraddizioni, nei Paesi emergenti, non manchino: ad esempio, la prossima rassegna sportiva dei Mondiali di calcio in Brasile metterà in risalto i due volti di una comunità, composta per un verso da un’elitaria alta borghesia - ricca, facoltosa e capace di competere con i ceti più abbienti della società occidentale - e, per altro verso, da un diffuso sottoproletariato urbano, quello delle favelas, che vive ai margini del contesto socio-produttivo brasiliano e non ha alcuna prospettiva immediata di sviluppo e di emancipazione dal bisogno materiale e, molto spesso, spirituale. 
In tale quadro, il sistema capitalistico mondiale, ormai ridottosi a mera pratica di finanziarizzazione dell’economia, ha la possibilità di trasferire miliardi di dollari e di euro da una parte all’altra del mondo, favorendo così la crescita di realtà sottosviluppate, dove ancora può imporre condizioni lavorative assimilabili a quelle che, in Europa, vigevano nel XIX secolo, cioè ai primordi della seconda rivoluzione industriale. 
È, inoltre, chiaro a tutti che, nel mondo occidentale come in Italia, la politica sia sempre più debole rispetto a fenomeni, che non solo non riesce a governare, ma talora non è in grado, neanche, di prevedere, né di pianificare: la democrazia rappresentativa, conquista dell’Occidente conseguita con gravi difficoltà e nel corso di sanguinose lotte, durate secoli interi, sembra essere divenuta un orpello, di cui si può fare a meno ben volentieri; infatti, sta crollando non solo la fiducia nelle istituzioni rappresentative della volontà popolare, ma anche la partecipazione, che negli anni Settanta del secolo scorso era, invece, il motore del processo di democratizzazione di molti Stati, come il nostro, impegnati nel tradurre in autentica prassi quotidiana i principi democratici, formalizzati dalle Costituzioni nate appena dopo la caduta del Fascismo e del Nazismo. 
Da più parti sorge la richiesta di trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta, che sovente è la premessa per la nascita di regimi dolcemente autoritari, dal momento che la concentrazione di poteri – economici, politici, mediatici – nelle mani di una sola persona porterebbe, inevitabilmente, al crollo di quegli equilibri virtuosi, che la prassi costituzionale del XX secolo, di matrice kelseniana, ci ha insegnato. 
Non è un caso se i partiti politici, così come li abbamo conosciuti fino alla conclusione del Novecento, siano ormai venuti meno - non solo in Italia - sostituiti spesso da meri cartelli elettorali, che sono lo strumento di difesa di rilevanti interessi particolaristici, di cui è noto il legame con questo o con quel gruppo d’affari, talora perfino contiguo ad ambienti malavitosi. 
In un simile contesto non possiamo dimenticare il ruolo della tecnologia: Internet, inevitabilmente, amplifica mode e tendenze consumistiche, per cui quello strumento, che dovrebbe porre le condizioni per una democrazia telematica a livello mondiale, crea invece le premesse per la nascita di una società omologata da Nord a Sud, da Est ad Ovest del pianeta, fatta eccezione per le oasi “felici”, costituite dai Paesi dove i divieti di natura teocratica ne impediscono, tuttora, l’uso. 
Una siffatta rappresentazione del presente può indurci, forse, ad aver paura del futuro e a nutrire una sana nostalgia di un secolo, il Novecento, che si è concluso anzitempo, lasciandoci un’eredità di problematiche, ancora, insolute? 
Forse, per creare le condizioni di una crescita diffusa dei consumi e della ricchezza su base planetaria, l’uomo ha innescato un perverso meccanismo di distruzione delle fondamenta del moderno consesso civile, costruito faticosamente nel corso di due secoli esatti, dallo scoppio della Rivoluzione Francesce alla già citata caduta del Muro di Berlino? 
Rosario Pesce

 

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