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Spesso i genitori non sono i principali responsabili dei comportamenti dei figli

Caro direttore, il sociologo Luca Ricolfi ha sostenuto che «Una sorta di strabismo etico ci fa distogliere lo sguardo dai veri responsabili dei drammi piccoli e grandi del mondo, e indirizza il nostro bisogno di "individuare i colpevoli" solo sui colpevoli facilmente perseguibili o stigmatizzabili, anche quando sono semplici comparse» (Lo spostamento delle responsabilità; Il Sole 24 Ore, 17/8/2015). Ricolfi ha fatto tre esempi: nel caso dei morti per droga egli ha scritto che si preferisce dare la colpa alle cattive compagnie, ai pusher o alle discoteche invece che dare la responsabilità ai ragazzi che si drogano o ai genitori che li fanno stare fuori tutta la notte; nel caso dell’immigrazione si preferisce dare la responsabilità a coloro (istituzioni, partiti, associazioni, ecc. ecc.) che non sono in grado di accogliere adeguatamente gli immigrati invece che colpevolizzare i governanti dei Paesi dai quali provengono gli immigrati; nel caso della scuola se i figli non studiano i genitori tendono a colpevolizzare gli insegnanti e la scuola e non a criticare i figli che non si impegnano adeguatamente o a fare autocritica per l’incapacità di far studiare i figli.

L’articolo del professor Ricolfi è molto interessante. Egli coglie delle problematiche vere e importanti ma non coglie, a mio parere, tutti i bersagli che voleva colpire. E’ vero, cioè, che nella società contemporanea esiste una tendenza ad uno sviamento delle responsabilità e alla mancata individuazione dei veri colpevoli dei problemi sociali esistenti. Ma gli esempi indicati dal professor Ricolfi forse non sono del tutto calzanti. Nel caso dei figli morti per droga o che non studiano sembrerebbe ovvio che i genitori siano i principali colpevoli sia del comportamento dei figli sia dello sviamento delle responsabilità per i cattivi comportamenti dei loro figli. Ma io non sono d’accordo. Nel 1998 la psicologa Judith Rich Harris ha scritto un libro [(The Nurture Assumption) la cui edizione italiana (Non è colpa dei genitori) è stata pubblicata nel 1999] che ha infiammato il dibattito psicologico sia nel mondo accademico che tra la gente comune. Che cosa sostenne, in sintesi, Judith Riche Harris? Che la colpa del comportamento dei figli è solo in parte attribuibile ai genitori e che essa va in gran parte attribuibile ai loro caratteri ereditari e al gruppo (o ai gruppi) di amici o coetanei che frequentano. Ciò, secondo me, significa che nel caso specifico (figli morti per droga o che non studiano) i genitori cercano di individuare colpevoli diversi da loro, spesso sbagliando bersaglio, perché sono giustamente convinti che non possono influire molto sui comportamenti dei figli e sentono il bisogno di trovare comunque dei responsabili.

Cordiali saluti

Franco Pelella – Pagani (SA)

 

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