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Dall’incidente di Montella al declino irpino.

"Puntare il dito contro chi è rimasto coinvolto nell’incidente è un esercizio di sciacallaggio".

Leggevo i commenti da tribunale sotto gli articoli relativi al tragico incidente dei giorni scorsi a Montella: “correva”, “andava piano”, “aveva il cellulare”. È sorprendente come manchi una capacità di analisi obiettiva che vada alla radice del problema. Questo drammatico evento impone di guardare alle precise responsabilità di chi amministra il territorio, dei progettisti e di tutta la filiera che ha autorizzato l’apertura dei supermercati lungo quella strada senza prima metterla in sicurezza. È lì che servono marciapiedi, autovelox e dissuasori.

Quel tratto – dallo svincolo dell’Ofantina all’ingresso del paese – è un pericolo costante: stretto, con scarsa visibilità dovuta alla conformazione della carreggiata e a una vegetazione spesso incolta. Trovandosi fuori dal centro abitato, dà la falsa impressione di una via a scorrimento veloce. Viene infatti quotidianamente scambiato per un circuito da rally e, verosimilmente, chiunque lo abbia percorso ha infranto i limiti almeno una volta.

 

Puntare il dito contro chi è rimasto coinvolto nell’incidente è un esercizio di sciacallaggio, utile più a coprire la realtà di una viabilità carente che a migliorare la situazione per l’intera comunità. L’apertura delle nuove attività commerciali ha trasformato la zona in un contesto cittadino di fatto, amplificando un rischio già presente, rimasto finora fuori dall’agenda delle priorità del territorio. Coloro che campano di poltrone pubbliche, mentre i supermercati alzavano le saracinesche dormivano profondamente, dimostrando la consueta incapacità di anticipare, leggere e prevenire qualsiasi problematicità. Se non si interviene in modo radicale, continueremo a contare i danni. L’auspicio è che anche i commercianti facciano la propria parte, unendo le voci per esigere un tempestivo intervento di messa in sicurezza.

Qui in Irpinia i comuni e gli enti locali non sono visti come incubatori di futuro. Amministrare significa avere il dovere di immaginare il territorio tra dieci anni – in termini di infrastrutture, servizi essenziali, gestione di risorse vitali come l’acqua – e lavorare per realizzarlo. Abbiamo invece una politica che riesce al massimo a navigare a vista, limitandosi a sopravvivere alla giornata senza alcun disegno strategico. Di conseguenza, le istituzioni vengono ridotte a miseri ammortizzatori sociali, utili a sistemare la propria cerchia piuttosto che a incidere sul domani. Perché quello che si tace durante le propagande e le campagne elettorali è che amministrare è difficile; e allora ci si candida per gestire il minimo sindacale.

 

La stragrande maggioranza dell’azione amministrativa si riduce all’ordinario più banale – la fioriera in piazza, il rattoppo della buca, la passerella celebrativa di turno – o a ridicoli effetti speciali. Per i primi basterebbe il volontariato, per i secondi c’è il circo; non un comune gestito con soldi pubblici. È il caso dell’ospedale fantasma che incombe sul Convento di San Francesco, della piscina all’ombra dei castagni (un’opera incapace di funzionare perché priva di un contesto che la sostenga) o dell’industria del divertimento tra i monti, con ponti che arriveranno direttamente dal Tibet, lanci nel vuoto e una sorta di Cortina del Sud dove si scia sulle pietre. Tre esempi di pure forzature, cemento buttato lì a caso sperando nella buona sorte.

Ci fosse, per una volta, un angolo di semplicità: un’amministrazione con le idee chiare, capace di manutenere l’esistente, tagliare il superfluo e garantire i servizi basilari. Sono queste le migliori condizioni per lo sviluppo del territorio. Viene da chiedersi se agli ideatori di tali sperperi non converrebbe concentrare le energie per attrarre investimenti e creare anche solo dieci, veri posti di lavoro. La risposta, forse, la ignorano: investire richiede tempo, mentre qui si preferisce la scorciatoia. Un investimento senza tempo è speculazione e, come ogni speculazione, finisce col rovinare chi la pratica. Se il mercato finanziario distrugge i risparmiatori improvvisati, quella politica sta distruggendo l’intera comunità.

Dopotutto, qui abbiamo un primato: Cassano Irpino, con un investimento in muraglie e scavi che attirerà senz’altro l’archeologia nazionale. L’impressione, altro che rilancio, è che si cerchino ormai i fossili d’Irpinia, con la fiera ambizione di candidare il paese a diventare il Jurassic Park d’Italia. Un esempio eclatante di come si valorizzino le pietre. Anziché le persone.

 

La futilità di certa politica trova lo specchio perfetto nell’incompetenza di uffici ed enti pubblici, zeppi di imbucati. Soggetti che a stento conoscono l’ABC della macchina amministrativa e a cui, per l’ennesimo prodigio locale, il posto di lavoro ad personam spunta magicamente a cinquant’anni. Mentre i nostri giovani collezionano lauree e master per poi essere brillantemente accompagnati alla porta verso l’estero, a chi resta non va certo meglio. In Irpinia serve la raccomandazione pure per condannarsi all’ergastolo del bullone, rinchiusi in una scatola di fabbrica. Cosa si fa oggi? Si avvita un bullone. E domani? Lo stesso. Quarant’anni di agonia su quel binario verso la pazzia che chiamano “posto fisso” – l’ennesima fregatura che ci hanno venduto.

Un lusso, questo, che il welfare irpino si concede applicando il diritto al lavoro direttamente alla mezza età, purché munita di tessera o devozione. Il danno è doppio: se gli alfieri delle fasce tricolori passano a fine mandato, fannulloni e fannullone che hanno sistemato restano. E si accumulano. Siamo assediati da raccomandati nel pubblico e nel parapubblico. L’Irpinia annega così nella mediocrità, senza un briciolo di autocritica. Nonostante fiumi di denaro spesi, non si risolve un solo problema strutturale, dalla gestione dell’acqua alla messa in sicurezza delle strade – si veda l’Ofantina, cantiere a vita.

In compenso, la parola d’ordine di ogni sindaco è “turismo”. Peccato che i fatti ci inchiodino agli ultimi posti in Italia quanto a presenze: decine di comuni di quattro gatti, dove ognuno pensa ad arredare il proprio declino. Soldi pubblici e lavoro degli uffici comunali vengono sacrificati sull’altare dei carrozzoni turistici.

 

Un settore che, oltretutto, gode del doping della furfanteria. Se si lavorasse in regola, i prezzi lieviterebbero e il disastro sarebbe ancora più evidente. Si è ormai normalizzato un sistema basato su lavoro nero, paghe da fame e sotterfugi che, insieme ai finanziamenti pubblici, rappresentano le flebo di un turismo altrimenti morto. Il risultato di amministrazioni, esercenti e controllori che chiudono un occhio, o spesso entrambi, è desolante: siamo costantemente tra i meno visitati dello Stivale, e forse d’Europa. Il paradosso è grottesco. Nonostante si pratichi un accanimento terapeutico su questo “cadavere”, difficilmente potremmo fare peggio. Mal che vada, passeremmo da quasi ultimi a ultimi assoluti: avremmo almeno la soddisfazione di toccare il fondo, nella speranza di risalire, risparmiando risorse da dirottare dove serve davvero. Ma niente paura: è arrivato l’ennesimo progetto milionario battezzato “Turismo delle Radici”. Complimenti vivissimi per il nome, azzeccatissimo visto che stiamo sprofondando direttamente sottoterra.

Bisognerebbe prendere l’illusione che il turismo porti benessere e buttarla direttamente nel cestino. La realtà è capovolta: il turismo è la naturale conseguenza di un territorio che funziona, e non viceversa. Prima si mettono in sicurezza le strade, si garantisce l’acqua nei rubinetti e si offrono servizi da paese civile; poi, semmai, si costruisce un’offerta credibile. Ma qui no. Qui si pretende di fare il “turismo al contrario”, arrabattandosi tra un’illegalità compiaciuta e la caccia all’ultimo finanziamento, aprendo attività alla rinfusa.

Se i nostri amministratori aspettassero che le cose funzionassero davvero prima di venderle come eccellenze, l’economia del declino si fermerebbe del tutto e i sindaci non avrebbero più nastri da tagliare. Voi andreste in vacanza – o scusate, a fare i “turisti” – nel terzo mondo? Probabilmente no. Eppure il terzo mondo attira il quarto e il quinto, messi ancora peggio. Ecco l’Irpinia del turismo: una barzelletta istituzionalizzata con sponsorizzazioni da un milione di euro per piazzare il marchio sulle magliette dell’Avellino Calcio. Per la giornata di Carnevale un’ottima trovata, complimenti!

 

Siamo seri: con queste premesse, che genere di turisti pensiamo di attrarre? Gli amanti delle cascate di colesterolo della domenica. Una categoria di visitatori che, peraltro, andrà poi a intasare la nostra disastrosa sanità pubblica campana. Un perfetto cortocircuito. Non solo siamo agli ultimi posti delle classifiche, ma le poche presenze sono perlopiù di scarsissima qualità. Del resto, perché venire in Irpinia? Magari per studiare da vicino le dinamiche del clientelismo nostrano e del parassitismo sui beni comuni?

Sia chiaro, certe logiche non sono certo un’esclusiva irpina; esistono ovunque. Ma mentre nelle società normali queste zavorre vengono bilanciate da chi le cose le sa fare, in Irpinia si ha la sensazione di una sproporzione totale, come se mancasse un contrappeso. E i risultati fallimentari sono evidenti.

Poi ci si indigna se il governo centrale annuncia di voler accompagnare le aree interne verso l’eutanasia. Ma la verità è che più risorse arrivano, più ne sprechiamo. Le stampelle di questo accompagnamento funebre siamo proprio noi. Ai cittadini, in fondo, va bene così. Tra delinquenti da un lato, e una sfilza di miracolati, raccomandati e aspiranti tali dall’altro, viviamo in una provincia dove si è pronti a baciare la pantofola al primo che passa pur di rimediare un misero posto. Dunque, a ognuno la claque che si merita.

 

Montella, 4 giugno 2026

Carmine Pascale

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