Precari in Rete: "Vince la destra nella terra disertata dalla sinistra".
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo avanza con la precisione di un'eclissi, descrivendo la parabola di un corpo lanciato nel vuoto. Senza una massa alternativa capace di deviarne la rotta, il fronte del "sì" precipita verso la vittoria per unicità gravitazionale, rendendo il voto il terminale passivo di un esito già tracciato. Non si voterà sul merito della riforma, ma sulla sua paternità politica: è lo scontro tra una destra che occupa l'intero campo visivo della realtà e un versante opposto confinato ai margini estremi della percezione. Il risultato non sarà una conquista, bensì la naturale ricaduta di questa assenza. Al centro del vuoto splende il "Sole" della sinistra di parvenza, il Partito Democratico. Un'élite che declama a sinistra ma prospera a destra, convinta che basti una benevola condiscendenza verso gli ultimi per assolversi. La smentita è nei fatti: non si può predicare l'eguaglianza dai salotti mentre si blindano le regole che proteggono il proprio status quo. Resta il ritratto di un pezzo di società che, semplicemente, osserva il mondo dall'alto.
Lungo le orbite interne, nella fascia degli asteroidi, vagano gli eredi di un'esplosione, realtà come i socialisti o Sinistra Italiana. Frammenti opachi, privi di luce propria, ridotti a satelliti di scorta di quel sistema che, a parole, vorrebbero scardinare. Sulle orbite più esterne gravita invece la sinistra radicale. Dai comunisti a Potere al Popolo, il copione è immutabile: un conflitto a oltranza celebrato in solitudine, attorno a un tavolo deserto. Prigionieri di un'estetica del Novecento, non generano più attrazione, ma solo distanza. Sfugge ormai alla comprensione come questo universo frammentato pensi di parlare al Paese. Per l'elettore comune, l'intera nebulosa a sinistra del PD sfuma in un unico ammasso indistinto. Che si agiti il garofano, si sventoli la falce e martello o ci si schermi dietro vessilli di stagione, l'effetto non cambia. Appaiono tutti come astri troppo remoti perché il loro calore raggiunga la terra e troppo esili perché la loro massa fletta la traiettoria degli eventi. In questo freddo siderale, classe operaia e periferie hanno smesso di distinguere tra sigle e sfumature. Il loro voto è ormai defluito verso le destre e i populismi – mondi convergenti nell'attuale assetto di governo – o si è rifugiato in un astensionismo silenzioso, l'ultimo lembo di realtà rimasto a chi non si sente più né visto né rappresentato.
Fuori dalle coordinate tradizionali, taglia i piani il Movimento 5 Stelle, cometa che ha saputo fare più "sinistra" in un anno di quanta il PD ne abbia prodotta in dieci, intercettando i bisogni reali eclissati dai palazzi. Ma una cometa è, per natura, volatile. Ogni perielio attorno al fuoco del potere ne disperde la materia in una scia effimera, consumandone il nucleo. Il paradosso sta tutto qui: nel tentativo disperato di accumulare massa critica per farsi pianeta prima di evaporare. Le leggi della gravità sono cieche. La vicinanza a un corpo ingombrante non conferisce autonomia a un astro minore, lo condanna a essere risucchiato. Incastrato nel campo gravitazionale del PD – il polo inerte del sistema – il Movimento rischia oggi l'estinzione per dissolvimento. Resistere richiederebbe la deflagrazione del partner sotto il peso delle proprie contraddizioni. Un'ipotesi remota, finché il suo apparato resterà protetto da una corazza di potere territoriale e da un consenso d'inerzia che ne impedisce lo sgretolamento. Per i Cinque Stelle, la metamorfosi in centro di gravità non passa dall'adattamento, ma dalla rottura. Lo spazio vitale esiste ancora: è in quel quadrante a sinistra del PD dove la bussola pentastellata sembra aver smesso di orientarsi.
Sospeso tra questa galassia e le destre, si agita un pulviscolo di ego in perenne collisione. Sigle dai nomi dinamici come Azione o Italia Viva, ma dalla consistenza nulla, incapaci di produrre alcun moto reale. Fluttuano in un vuoto dove la politica è solo tattica di posizionamento e mai radicamento, illuse che l'ambizione individuale basti a deviare la rotta del Paese. Sono fantasmi del potere che aspirano al comando restando estranei al popolo, con lo sguardo rivolto ai mercati più che alle periferie. Siamo lontani anni luce da quel Centro che fu baricentro della Repubblica, spazio della mediazione capace di accogliere sotto lo stesso tetto l'industriale del Nord e il bracciante del Sud. Quell'equilibrio è collassato ormai da tempo. Sotto la pressione di una polarizzazione implacabile, il velleitario centro si svela per ciò che è: un'ombra destinata a polverizzarsi. Il referendum sulla giustizia non sarà che la vidimazione di questa debacle, la certificazione notarile di un'assenza. Le destre vincono perché occupano lo spazio fisico della realtà disertato dagli altri. Hanno colonizzato temi e vocabolario – sicurezza, lavoro, identità – non per una superiorità intrinseca, ma offrendo una visione, pur discutibile, laddove a sinistra sopravvive appena un'astrazione di pianeti freddi e scie evanescenti. È la fisica del vuoto: quando i problemi delle periferie e della classe operaia non trovano più un centro di massa capace di governarli, il sistema implode verso l'unica gravità superstite.
Cristallizzarsi nella pura reazione sarebbe l'ennesimo riflesso condizionato, un dispendio di energie incapace di invertire la rotta. Ogni volta che la destra suona la sua campanella, la sinistra risponde con l'automatismo dell'indignazione. Una salivazione ideologica che scavalca il cervello, scaturendo direttamente dai nervi. La sfida non è questa resistenza di facciata, ma la rioccupazione fisica dello spazio sociale. Il vuoto va colmato con la proposta, recuperando una parola espunta dal vocabolario della sinistra: fatica. Senza una nuova densità identitaria, il fronte dell'alternativa resta un esercizio di stile, destinato a spegnersi nel freddo siderale dell'irrilevanza. Per tornare credibile, quest'area deve smettere di contemplare le stelle e ricominciare a misurare il suolo. Il consenso non è un'emanazione luminosa dovuta per presunta superiorità morale, ma un edificio da costruire mattone dopo mattone, sporcandosi le mani con la polvere della realtà. Finché l'alternativa rimarrà una proiezione di ologrammi nei salotti, la destra continuerà a governare l'unica cosa che conta: la terra sotto i piedi dei cittadini.
Carmine Pascale
Associazione Precari in Rete - Poste Italiane