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La Cassazione ha sbagliato perchè le usanze religiose degli immigrati vanno rispettate

Caro direttore, opo la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato a pagare duemila euro multa un indiano di origine sikh che nel 2013 a Mantova portava con sé un kirpan, il suo coltello sacro, sono state pubblicate delle notizie che consentono di valutare meglio la decisione dei giudici. Le notizie (vedi GAETANO COSTA: Nuovo tipo di coltello sacro per i sikh; Italia Oggi, 19/5/2017) sono le seguenti: 1) Qualche anno fa la comunità sikh di Flero, un paese in provincia di Brescia, ha costruito un prototipo di kirpan meno affilato e appuntito che ha passato l'esame al Banco nazionale di prova delle armi di Gardone Val Trompia. 2) Nel 2015 c’è stato un incontro a livello ministeriale dal quale è emerso che ci sono le condizioni per risolvere la questione. 3) Recentemente, dopo le prove del caso, è stato certificato che non si tratta più di un'arma. La mia opinione, sulla base delle suddette notizie, è che la Cassazione, nel formulare la propria sentenza avrebbe dovuto tenere conto della discussione che c’è stata in Italia dal 2013 in poi a proposito del coltello sacro dei sikh; se ne avesse tenuto conto avrebbe potuto cambiare almeno una parte della sentenza, quella che è stata criticata da molti e che dice che “Gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno l'obbligo di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso di stabilirsi”. I giudici avrebbero potuto attenuare le loro affermazioni rendendosi conto che non devono essere solo gli immigrati a conformarsi ai nostri valori ma dobbiamo essere anche noi a cercare di tener conto della loro religione e delle loro usanze; nel caso specifico avrebbero potuto dire che non bisogna solo limitarsi a proibire l’uso di un oggetto sacro da parte di un immigrato perché il suo uso contrasta con le nostre leggi ma che bisogna anche impegnarsi a trovare una modalità di utilizzo di quest’oggetto che non confligga con le nostre leggi.
Cordiali saluti
Franco Pelella

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