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"Criopreservazione"

Portare a termine la nostra esperienza di vita nel tempo che ci è stato concesso? Macché. Animo gente, la musica è cambiata. La “criopreservazione” è con noi, peraltro a costi relativamente contenuti. Dietro questa parola impronunciabile vi è una sofisticata tecnica di ibernazione che ci eviterà l’obitorio e ci spedirà dritti e congelati in un mondo che verrà, magari spostato di due o tre secoli. In Gran Bretagna è successo in questi giorni: una 14enne ammalata di cancro e poi morta, è riuscita a farsi ibernare negli Stati Uniti – con il consenso del genitore e attraverso una sentenza dell’Alta Corte londinese – nella speranza di prolungare il proprio percorso terreno in un futuro programmato.

E mentre già divampa la polemica alimentata da favorevoli e contrari – condita da evidenti implicazioni di carattere etico e religioso – mi chiedo: vale la pena sottrarsi al proprio destino o ad un ipotetico Grande Disegno Divino, “risvegliandoci” in un futuro dove potremmo riscoprirci ancor più soli, culturalmente e tecnologicamente impreparati a ogni forma di relazione sociale, per non dire di sopravvivenza? Credo francamente di no. La vita è bella così com’è, con le sue imperfezioni, con le sue ingiustizie, con i suoi guasti, con i suoi dolori e con le sue gioie. Ma è il presente che dobbiamo vivere, non il tempo dei nostri posteri.

 

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