Salerno, sfila la Costituzione in abito arancione
A volte partecipare è un dovere. Lo è per un genitore, per un cittadino: lo è in quanto persona. E così ieri mi sono ritrovato in piazza a manifestare come genitore, come cittadino, come persona e anche come cronista. Ma, a essere onesto, ero lì alla ricerca di motivazioni che giustificassero la mia partecipazione. Poi, a un certo punto, spunta al mio fianco una mano ultraottuagenaria che regge con fermezza una fiaccola inesauribile al grido “Libertà”.
Ieri , 16 luglio – stando alla cronaca – a Salerno si è svolta una manifestazione per protestare contro il Decreto Lorenzin e l’obbligo di somministrare, a partire da settembre, ai bambini da 0 a 16anni dodici vaccini, poi ridotti a dieci. I dimostranti, a detta degli organizzatori, non erano lì per un arbitrario “No vax”, in quanto un “Sì” o un “No”, o meglio un dibattito in merito spetterebbe, innanzitutto, alla comunità scientifica: sarebbe competenza degli esperti esprimersi, sostenere uno dei due avverbi, i quali devono essere supportati da dati, prove, argomentazioni epistemiche e da tutta una letteratura scientifica che ne abbia catalogato le ricadute reali dei vaccini sia sui singoli soggetti sia sull’intera comunità. La fiaccolata era, invece, “Free vax”, ovvero aveva, come principio aggregante, quello di difendere un diritto sancito dalla Costituzione: “La libertà di scelta”. A conferma di ciò, lo slogan, che ha accompagnato e sostenuto i manifestanti intervenuti, era “Libertà! Libertà!”. Mentre alcuni cartelloni esibivano l’Art. 32 della Carta costituzionale. Il corteo, in abito arancione – il colore scelto simbolicamente per le numerose manifestazioni che si stanno svolgendo in tutto il Paese –, è stato animato in prima linea da bambini e genitori, accompagnati da nonni, zii, fratelli e sorelle maggiori e da tutta la comunità civile salernitana e non solo. Stando alla cronaca, la fiaccolata, partita alle ore 20:00 dalla stazione centrale, si è dispiegata lungo il Corso Vittorio Emanuele, per poi giungere in piazza Flavio Gioia, dove hanno preso la parola alcuni esperti, soprattutto medici. I momenti più toccanti sono stati le testimonianze di genitori che hanno voluto condividere con la folla il loro dramma familiare, iniziato dopo la somministrazione di alcuni vaccini. Capisci a quel punto il sentimento che ha spinto quelle madri e quei padri a manifestare al grido “I bambini non sono cavie”, “Non toccate i bambini”: quando si tratta di vite indifese come queste, nessuna superficialità o azzardo, nessuna sperimentazione può essere concessa né tollerata. Interpretando il sentimento che ha guidato la fiaccolata, tale decreto non è solo una minaccia a certe imprescindibili libertà – “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” (Art.32) –, né tantomeno alla sovranità popolare, ma mette a rischio e umilia un precetto fondamentale: la responsabilità, un diritto/dovere che disciplina qualsiasi forma di autorità e di potere.
Ieri, io c’ero! Ero lì perché esserci era un mio dovere: prima di tutto di genitore, ma anche di cittadino. Ero lì a garantire dei diritti a mio figlio, ma ero lì anche in veste di figlio e nipote di quella generazione che ha scritto la Costituzione, per ossequiarla e onorare il sangue in cui hanno intinto la penna che ha vergato la Nostra Carta costituzionale: “Quanto sangue e quanto dolore – pronunciava Piero Calamandrei - per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze [di Napoli, di Salerno e di tutta la Campania], che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”.
C’è stato un momento ieri, durante la manifestazione, in cui non ho potuto proprio fare a meno di ripensare a loro, all’arto che scrisse la Nostra Carta: c’era lì al mio fianco una mano ottuagenaria che reggeva con fermezza una fiaccola inesauribile: quando siamo andati via, era l’unica ancora ardente. Ho avuto come la sensazione di manifestare a ritroso nella Storia per giungere al quinquennio '43-'48 e celebrare la sola generazione, nella memoria del nostro popolo, degna di essere ricordata. Italo Calvino scriveva nel ’64, nella Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno: “«D'accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po' storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un'elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!»”. E così, nella serata di ieri, quella mano ultraottuagenaria reggeva quella fiaccola con perseveranza e responsabilità. Era lì ancora una volta a resistere e a prendere parte: a ricordare, a noi abulici e impassibili distratti da presunte libertà private, che nella Storia siamo tutti chiamati a essere partigiani di una resistenza. E ogni qualvolta – come sosteneva Bertolt Brecht, una mano al servizio della Resistenza – “l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere”. E Oggi, sarebbe già tanto se dinanzi ad un’ingiustizia onorassimo il dovere di partecipare, per non correre “Il rischio della moderna libertà”, quella che, secondo Benjamin Constant, ci fa essere “assorbiti nel godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, [mentre] rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione” alle responsabilità politiche.
Gerardo Magliacano