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Il mio ricordo di Nino Rinaldi

Quando muore una persona cara, mille sono i ricordi che ti assalgono e che fanno sentire vicino a te chi non è più. 
Oggi è venuto meno un mio fraterno amico, Nino Rinaldi, con cui ho condiviso una fase importante del mio impegno politico e a cui sarò infinitamente grato, perché ha contribuito alla mia crescita, umana ed intellettuale. Il rapporto di frequentazione, prima, e di amicizia poi – intensissimo, anche se di durata temporale relativamente breve – è iniziato nel 1999, all’indomani della conclusione dei miei studi universitari e della sua riconferma alla nomina di assessore presso la Provincia di Salerno nella giunta Andria: militavamo nello stesso partito e un comune amico sanseverinese provvide a metterci in contatto. 
La sua figura mi colpì subito: era il primo dirigente di partito, che incontravo, dotato di un notevole livello culturale, con cui si poteva discutere di filosofia, letteratura, musica lirica ed arte. Il fatto diventava per me straordinario, perché fino a quel momento, nelle mie frequentazioni partitiche, avevo conosciuto personaggi - anche, molto furbi, scaltri e vivaci - per lo più privi di rilevanti elementi di istruzione, che me li potessero rendere interessanti in un’ottica non solo, meramente, politica. 
Immediatamente ed inconsciamente, avvicinai la figura di Nino a quella di mio zio, Emilio Pesce, morto nel 1992, che – come Nino – coniugava gli interessi dell’agone politico con la riflessione culturale e il dibattito intorno ad idee e concetti forti. Forse, in Nino vedevo un altro zio Emilio e questa suggestione, congiunta all’amabilità dei suoi modi, mi rendeva ancora più amena la sua frequentazione. 
Ben presto, diventammo amici ed ebbi modo di conoscere la moglie Tina – che, formatasi con lui negli anni liceali ed universitari, è dotata di un’intelligenza vivida e di un livello culturale non inferiori a quelli del consorte - il figlio Guglielmo, all’epoca poco più che bambino, la sorella Maria Rosaria ed il cognato Luigi Giordano - intellettuale raffinato, che nei primi mesi del 1999 soffriva per le conseguenze di una grave malattia - a cui andavano sempre i pensieri premurosi ed affettuosi di Nino. 
Negli anni successivi, il sodalizio politico ed il rapporto d’amicizia si sono, viepiù, intensificati: partecipai alla sua campagna elettorale per le Regionali del 2000, condividendo con lui l’amarezza per l’elezione mancata per una manciata di voti. Tale sentimento si rafforzò, quando, all’indomani di quel voto, un gruppo interno al nostro stesso partito chiese, più volte ed in modo almeno inelegante, le dimissioni di Nino dal suo incarico in Provincia. Conoscemmo, l’uno al fianco dell’altro, quindi, il lato peggiore della politica: quello dell’asprezza, della faida, dell’odio e dei rancori, di cui Nino fu, ingiustamente, vittima. Ne ero diventato il confidente e ricordo le sere trascorse, fuori al terrazzo di casa sua, nell’elaborare documenti politici, nel mettere in piedi un minimo di strategia, che gli potesse consentire di uscire indenne da una fase della lotta politica, che era degenerata in contrapposizione aperta ed in confronto polemico esasperato, dai toni nettamente al di sopra delle righe. Più volte, gli consigliai di cessare l’impegno nell’istituzione provinciale, anche perché ricordavo l’esperienza di mio zio, che, trovatosi in una situazione analoga, nel corso della sua esperienza amministrativa, aveva pagato lo stress con un infarto. Invece, con tantissima dignità e tenacia, Nino volle andare avanti ed ebbe ragione, perché le sue motivazioni prevalsero e riuscì a difendere il ruolo pubblico, per il quale esprimeva passione, merito e competenze indubbie: in quell’occasione, decisivo fu il sostegno del presidente Andria, che protesse il suo migliore collaboratore da un’aggressione mediatico-politica tanto feroce, quanto invero immotivata. 
Nel 2003, con Nino, con il sindaco di Mercato San Severino, Giovanni Romano, con l’on. Tino Iannuzzi e con molti dirigenti della Pubblica Istruzione, organizzai la commemorazione del decennale della morte di mio zio Emilio, in occasione della quale egli, concludendo i lavori, prese la parola e ricordò l’attività di pianificazione urbanistica che, in qualità di amministratori ed esponenti politici dei rispettivi Comuni, aveva realizzato al fianco di mio zio, nel corso degli anni Ottanta, all’indomani del terremoto e poco prima dell’insediamento dell’Università di Salerno nel territorio della Valle dell’Irno. Con quella manifestazione, per me veniva a chiudersi, idealmente, un cerchio: le due personalità, che maggiormente avevano contribuito alla mia formazione, erano state – sia pure in forme molto diverse – protagoniste di un evento, a cui avevo dato un contributo importante in termini di ideazione e di organizzazione. 
Negli anni successivi, finito brillantemente il suo impegno in Provincia ed iniziata la mia carriera di docente, è continuata la nostra frequentazione: andavo, nelle ore libere, a trovarlo presso il suo ufficio, all’interno del campus universitario di Fisciano. In quelle occasioni si parlava, soprattutto, di noi stessi, essendo finalmente conclusa la stagione delle guerriglie partitiche e dei veleni correntizi: gli raccontavo l’esito delle mie esperienze professionali, mi confidavo con lui anche sul mio privato e ricevevo, da lui, l’affetto ed i consigli, che si potrebbero ricevere da un fratello maggiore, mai invadente, ma sempre attento nell’ascoltare ed acuto nel formulare suggerimenti o nell’individuare soluzioni. 
Ricordo il sentimento di orgoglio con cui esponeva, nell’ufficio, la foto di suo padre, ritratto mentre imbracciava un fucile da caccia, che era per lui più di una mera passione; altresì, ricordo la stima, smisurata, che nutriva per l’acume della moglie Tina, il cui incontro, nella sua vita, è stato prezioso. 
Fu, quindi, trasferito presso il Co.Re.Co a Salerno e, di lì, cominciammo a vederci più di rado, anche se mi capitava, spesso, di pensare a lui e al modo come egli, trovandosi al mio posto, avrebbe risolto questa o quella difficoltà, che si presentava. 
Poi, è arrivata la malattia: ho avuto informazioni puntuali, circa il suo stato di salute, da un comune amico, il preside Aldo Giusti, che avevo incontrato ad un comizio nella primavera scorsa; quando lo contattai telefonicamente, dopo l’intervento chirurgico a cui si era sottoposto, si dimostrò subito felice di ascoltare la mia voce. Gli promisi che sarei andato a trovarlo, ma sapevo, in cuor mio, che non avrei avuto la forza di vederlo soffrire, cosciente com’era che la malattia, che lo aveva aggredito, non gli avrebbe consentito di vivere a lungo. 
L’ho rivisto, stasera: la malattia e la morte non ne hanno scalfito la fierezza e la dignità - tipiche del combattente di razza, qual era - che il suo corpo ha sempre promanato, come non ne hanno, giammai, mortificato la mirabile lucidità di pensiero. 
D’ora in poi, la mia vita (e quella dei suoi cari) sarà priva della sua presenza fisica, ma sarà, ancor di più, pregna del ricordo delle sue maggiori virtù – l’intelligenza, lo spirito di laicità e l’autentica onestà, morale ed intellettuale – che gli hanno consentito di essere amato, al di là di ogni interesse, dai suoi amici e di essere, comunque, rispettato e temuto dai suoi avversari. 


6 giugno 2010 


Rosario Pesce

 

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