La minoranza ossequiosa del PD
Uno dei protagonisti dell’attuale scena politica è, invero, rappresentato da quel gruppo di parlamentari del PD, che si designano come minoranza interna al partito, dal momento che mettono insieme un buon numero di deputati e senatori, che manifestano idee, sovente, molto diverse da quelle del loro Segretario Nazionale, nonché Premier.
Questo gruppo di parlamentari - poco più di cento, in totale, fra Camera e Senato - furono nominati in occasione delle elezioni del 2013, per cui fanno riferimento alle posizioni di Bersani, che, all’epoca, era il leader del PD.
Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, essi provengono dalla storia del PCI, PDS, DS, per cui rappresentano (o dovrebbero rappresentare) le posizioni della Sinistra in un partito – come, appunto, il PD odierno – che, ormai, è schiacciato su convincimenti ideali molto moderati.
Orbene, siffatta minoranza tende - come si dice in gergo - ad abbaiare senza mai mordere: infatti, molte volte, sui temi più vari, hanno espresso valori differenti da quelli renziani, ma poi – per disciplina – puntualmente hanno votato come da indicazioni del Segretario Nazionale del PD, per cui mai il Governo è andato sotto su votazioni, che abbiano avuto un rilevante peso politico.
Un simile comportamento, in verità, non fa che accentuare le distanze fra la stessa minoranza democratica e la base elettorale, di cui vorrebbero essere interpreti.
È ovvio che le riforme renziane abbiano prodotto un dissenso molto vasto nella società italiana, che chiede di essere interpretato e portato nelle Aule parlamentari, attraverso le giuste vie della democrazia; i bersaniani, i dalemiani, tutti quelli che, insomma, si ascrivono alla minoranza del PD, invece, dopo aver dichiarato il loro legittimo dissenso, tendono poi ad allinearsi alle posizioni del Governo, per cui appare evidente il fatto che essi sono molto preoccupati di non mettere in seria difficoltà l’Esecutivo, piuttosto che di dare una risposta convincente ai bisogni, che pure vorrebbero soddisfare.
Per tal strada, il loro spazio politico - all’interno del PD, come nel Parlamento attuale - non può che diminuire progressivamente, per cui, oggi, in virtù del sostegno delle truppe verdiniane e degli ex-grillini, Renzi può serenamente guardare a queste nuove forze, sostituendo il voto dei parlamentari dissenzienti del PD con quello di queste truppe cammellate, che sono sopraggiunte a sostegno del Governo in carica.
Pertanto, la minoranza democratica è divenuta, ormai, residuale e del tutto ininfluente per i destini dell’Esecutivo, dal momento che il suo consenso può, molto agevolmente, essere sostituito con quello dei nuovi alleati della maggioranza renziana.
Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Fassina, Civati, quindi, non solo sono destinati a contare sempre meno, ma rischiano finanche di subire forme gravi di contestazione da parte di chi vorrebbe, da loro, un comportamento molto più coraggioso nei riguardi del Dicastero, di cui pure fanno parte.
In occasione del voto per l’approvazione dell’iter di riforma costituzionale, Bersani – non si sa a nome di quanti deputati – ha dichiarato, pubblicamente, che questa sarebbe stata l’ultima volta che il suo gruppo avrebbe votato per disciplina, riservandosi nelle prossime occasioni di far prevalere le proprie opinioni sulla mera fedeltà al Capo.
Appare, questa, davvero una dichiarazione grottesca, perché la Costituzione afferma, in modo perfino ridondante, il principio dell’assenza di mandato per deputati e senatori, per cui un gruppo di parlamentari può, serenamente, votare a favore o contro i provvedimenti del Governo, perché nessun vincolo giuridico lega un rappresentante del popolo ai diktat dell’Esecutivo.
Orbene, la minoranza del PD, pur interloquendo con quella parte di società, che non ama Renzi, continua imperterrita a sostenere i percorsi riformatori renziani e rinvia, sempre, all’appuntamento successivo il voto contrario, che rischia per davvero di giungere, quando il Premier potrà fare a meno tranquillamente del contributo della minoranza del partito di appartenenza, avendo incassato, al suo posto, la fiducia proveniente da altre aree del Parlamento odierno.
Perché, allora, agiscono così le truppe bersaniane?
Hanno, forse, paura di mandare in crisi il Governo e, quindi, di anticipare lo scioglimento delle Camere, con il gravissimo rischio di non essere ricandidate per il prossimo mandato?
Se così fosse, la paura di Bersani e dei bersaniani sarebbe davvero inibitoria di qualsiasi seria opposizione interna, perché dei deputati, che dovessero ragionare nella prospettiva esclusiva della conservazione dello scranno, rischiano (meritandolo, peraltro) di divenire sempre meno importanti negli equilibri di un Paese e di un Parlamento, che guardano in tutt’altra direzione.
Noi non possiamo non auspicare che si verifichi in loro uno scatto di orgoglio, per cui, dodici mesi dopo la nascita del Dicastero Renzi, essi possano compiutamente dare rappresentanza a chi non si sente rappresentato da Renzi.
Altrimenti, il pericolo autentico è alle porte: gli Italiani, che hanno guardato con favore a Bersani, anche nella veste di oppositore di Renzi, non potranno non mirare in altre direzioni, che saranno quelle dell’astensionismo o del grillismo redivivo o della Sinistra di Landini o altre ancora, che, pur non essendo chiaramente prospettate, possono nei prossimi mesi conquistare il voto di chi ha capito bene che il PD è un monolite intorno a Renzi e che chi, timidamente, al suo interno dice qualcosa di non-renziano, lo fa solo per scopi meramente – e, talora, perfino vilmente – tattici.
Rosario Pesce