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E' soprattutto la carenza di capitale sociale a non far spendere i fondi strutturali nel Mezzogiorno

Caro direttore, lo storico Emanuele Felice ha scritto un articolo sulle elezioni, il Mezzogiorno e il problema della gestione dei fondi europei. Egli ha sostenuto, in particolare, che “…la prima proposta seria per il rilancio del Mezzogiorno (a costo zero) è una riforma del modo in cui l’Italia gestisce gli aiuti europei, che superi i particolarismi e li renda più produttivi; come avviene già nel resto del continente, dove proprio quegli aiuti sono stati il volano della crescita di regioni arretrate, dalla Spagna ai Paesi dell’Est. Una riforma che limiti lo strapotere dei cacicchi meridionali. Ma di cui nessuno parla in campagna elettorale…” (Date al Sud un orizzonte; La Repubblica, 28/2/2018).

La mia opinione è che ha fatto bene Emanuele Felice a sottolineare questa carenza dei programmi elettorali dei partiti, una carenza particolarmente grave per una lista che si richiama all’Europa come quella di Emma Bonino. Ma io credo che l’assenza dei fondi europei dalla campagna elettorale non sia dovuta solo alla negligenza delle forze politiche ma che essa sia sintomatica di una realtà: dopo svariati anni durante i quali si è tentato in vari modi di intervenire su questa materia c’è la sensazione diffusa che i meccanismi istituzionali di riforma servano a poco. Forse, inconsciamente, anche le forze politiche italiane sono arrivate alla stessa conclusione alla quale arrivò, alcuni decenni fa, il sociologo statunitense Robert Putnam e cioè che il mancato funzionamento delle regioni meridionali è dovuto soprattutto ad una carenza di capitale sociale.


Cordiali saluti

Franco Pelella 

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