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Dai ‘comizi’ con barboncino ai dog park: un affaire da “Cuore di cane”

 

     In un’assolata mattinata d’inizio anno nuovo, approfittai del tepore di un generoso sole invernale che resisteva all’incalzare della fredda stagione. Ci concedemmo una passeggiata nel solito parco, dove trascorrevamo calde giornate estive: mio figlio con la bicicletta, da poco senza rotelle, a fare un po’ di ripasso d’equilibrio; io, invece, con un nuovo romanzo da iniziare. Quel giorno avevo deciso di riprendere una mia vecchia passione: la letteratura russa, pertanto mi concessi al Bulgakov di “Cuore di cane”. Un libro che avevo letto negli anni dell’adolescenza e che a quarant’anni ti rendi conto di non averlo effettivamente mai letto. Vigilare su un bambino in bici, mentre si è immersi in un romanzo, è cosa ardua e  pericolosa. Infatti, nel momento in cui rinvenni dalla malia delle lettere, mi ricordai che ero lì per giocare con mio figlio, oltre a vigilare su di lui. Quando alzai gli occhi dal libro, il mio rampollo era svanito dal controllo dei miei sguardi: non era più a tiro, non era più al guinzaglio dei miei sguardi. D’impeto mi precipitai alla sua ricerca chiamandolo come un forsennato. Per fortuna il panico durò il tempo di uno sbattere di ciglia e già, come segugi, i miei occhi avevano afferrato il fuggiasco. Era ai piedi di uno steccato, di un recinto entro cui erano stati liberati ‘cuori a  quattro zampe’, ai quali l’umano amore aveva concesso spazio alla loro coatta indole da giullari. Raggiunsi mio figlio e rimasi con lui ad ammirare lo spettacolo racchiuso in quella gabbia. Non riuscì a trattenermi dal fare una comparazione tra quello che avevo davanti, un parco per cani, e quello che era alle mie spalle, ben visibile agli occhi della mia memoria, giostrine per bambini. Mi ritrovai in un precario equilibrio tra una pacchiana realtà e filosofiche astrazioni, e non avevo “rotelle” a sostenermi. Ma ciò non mi trattenne dallo speculare su strani binomi: cane/bambino, amorebipede/cuorequadrupede. Ebbi la sensazione di soggiornare in una sorta di Fattoria orwelliana, in una specie di Mondo nuovo alla Huxley, abitato da creature d’allevamento e cani bulgakoviani e… ebbene sì, a volte la realtà supera la fantascienza. La letteratura, nonostante i laghi d’inchiostro sedimentatisi nei secoli, rimane una goccia nell’oceano delle realtà edificate dagli uomini, solo che essi, da sempre, sono rimasti in superficie senza mai sondarne le profondità. Per questo l’umano gregge ha bisogno della letteratura. Credo che l’umanità, dal punto di vista sociale, psico-emotivo e culturale oggi abbia grossi problemi da risolvere nell’immediato. Stiamo assistendo, apatici, al perpetuarsi di un’epoca in cui, come canta Enzo Avitabile, “È 'na jastemma 'sta parola ammore [è una bestemmia questa parola Amore]”, quella che spesso l’uomo pronuncia a sproposito, l’abuso che se ne fa e l’incapacità di contestualizzarla, di amare senza spettacolarizzare l’Amore, una pratica vigente per stordire le nostre viziate sensibilità: “la nostra falsa coscienza – sosteneva Umberto Eco – viene acquietata da un grande spettacolo […] di beneficenza per raccogliere fondi per bambini neri, paraplegici e ischeletriti” o semplicemente – stando a quanto si legge sui social network – per “cani abbandonati”, “animali in difficoltà”, “bisognosi”, cui dare “una casa”, “una clinica”, “un’ambulanza” e altro ancora.

     Il professor Preobraženskij, nel romanzo di Bulgakov,aveva trapiantato i testicoli e l’ipofisi di un uomo morto a Pallino, il suo cane, trasformandolo in un essere umano, con tutti i suoi vizi e perversioni. Come i cani di Coolidge, indotti a recitare, sarcasticamente, la parte di “A Friend in need”?  Dalla finzione narrativa alla realtà, passando per l’immaginario artistico, quale confine ancora sussiste? Si sta tentando di fare questo? Da migliore amico dell’uomo a cani da riporto…  magari di voti? Come quel noto politico che in campagna elettorale si è fatto fotografare con un barboncino fra le braccia?  Come ai dog park che fanno concorrenza ai parchi per le umane innocenze? A questo punto la problematica che l’autore russo ci ha lasciato ha ancora una sua valenza, il chiedersi: “Ma ora mi pongo la domanda: a che pro? Per trasformare un simpaticissimo cane in una schifezza che fa rizzare i capelli?” Ecco, mi chiedo e Vi chiedo: “A che pro?” Incapaci di amare, abbiamo bisogno di trasformare i nostri poveri amici a quattro zampe in “homunculus”, indifferenti alla loro natura? O forse perché l’individualismo imperante e l’incomunicabilità alienante ci spingono a cercare appagamento laddove gli esseri animati sono in una situazione di sudditanza? Forse aveva ragione Aldous Huxley quando sostenne che “Per il proprio cane, ogni uomo è Napoleone; questo spiega la popolarità costante dei cani.” Abbiamo bisogno di “cuori di cane” per assecondare i nostri istinti da padrone? Alla stregua di Hitler, siamo così inetti e spietati nei rapporti umani, da umanizzare i cani? Ferventi animalisti ma carnefici, “macellai”, di chi è Anima per antonomasia? Forse il problema della nostra era è questa costante “ricerca della felicità”, una sorta d’imperativo omologante, globalizzante? Anche per noi che siamo di tutt’altra “costituzione”? Sono solo domande le mie e mi scuso se irriverenti o che puzzano di spicciola retorica. Sono qui, in mezzo a questo parco, all’alba di questo nuovo anno, in precario equilibrio, tra il diritto al presente e il dovere del futuro, senza rotelle che mi sostengano, a farmi portavoce del medesimo monito-augurio di Benjamin Constant: “No, Signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, quella nobile inquietudine che ci perseguita e ci tormenta, la brama di ampliare i nostri lumi e sviluppare le nostre facoltà; non è alla sola felicità, è al perfezionamento che il nostro destino ci chiama”. Il mio augurio è che la parola “Amore” non sia più una bestemmia, ma un gesto di dedizione, un atto di responsabilità nei confronti dei nostri simili, con l’innocenza d’infanti e con un “cuore di cane”, capaci di addomesticare le nostre brame da padrone.

Gerardo Magliacano

 

 

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