Tempo Ordinario: Domenica XXVIII dell’Anno A (2025-26).
Nota introduttiva: L’omelia va preparata dal pastore dei fedeli, ai quali essa è rivolta, perché deve tener conto della Parola di Dio, del tempo liturgico e delle condizioni e bisogni dei fedeli; questa, che segue, potrebbe essere un’omelia rivolta a un uditorio di fedeli sconosciuti, perché tiene conto solo dei primi due elementi. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili e fruttuose queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi, francescospaduzzi@gmail.com)
Tempo Ordinario: Domenica XXVIII dell’Anno A (2025-26)
Letture bibliche: Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
Introduzione. (a) Siamo peccatori e ne prendiamo particolarmente coscienza nella Messa, all’inizio del nostro incontro col Signore: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse (9). Egli ci salva per la Sua misericordia, cui ci rivolgiamo per avere il perdono dei peccati. (b) Isaia e Matteo ci parlano della salvezza con l’immagine di un banchetto, al quale tutti siamo invitati. S. Paolo in Filippesi ci invita a fare della nostra vita un sacrificio gradito a Dio per poter rispondere a questo invito di Dio.
I – Isaia introduce quello che diventa chiaro nella parabola del Vangelo e ci offre delle precisazioni. Il banchetto è di natura escatologica: Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto (8), espressioni che S. Giovanni riprende e conferma: E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi;/ non vi sarà più la morte,/ né lutto, né lamento, né affanno,/ perché le cose di prima sono passate (Ap 21,4), per indicare lo stato definitivo di salvezza di quelli che hanno aderito a Cristo. I salvati potranno con gioia esclamare: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza (9). E’ ovvio che il banchetto e i cibi e il monte (cioè il monte Sion di Gerusalemme), il velo e la coltre vanno interpretati in senso simbolico: nella Gerusalemme celeste, che si eleva molto in alto ed è quindi visibile a tutti, ci sarà grande festa sempre per tutti i popoli, perché finalmente potranno vedere Dio faccia a faccia per tutta l’eternità e godere di una felicità senza limiti. Anche noi siamo invitati: tutti lo sono; collaboriamo con generosità alla grazia di Dio, che ci vuole salvi.
II – 1. La parabola di Gesù in Matteo ha due parti; riflettiamo su entrambe. (a) Il re, per tempo secondo le abitudini, aveva rivolto l’invito per la festa di nozze di suo figlio (2) a varie persone nobili, che avevano accettato; quando il banchetto di nozze fu pronto, il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire (3). Il re, anche se offeso, mostrò molta bontà e pazienza e Mandò di nuovo altri servi con un secondo avviso: Ecco, ho preparato il mio pranzo… tutto è pronto; venite alle nozze! (4). Ma gli invitati non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero (5-6). Allora il re si indignò, mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme le loro città (7). E’ la persona più importante del regno a rivolgere l’invito al banchetto di nozze ed esso è un grande onore per le persone invitate. E’ Dio che ci invita al banchetto eterno, alla salvezza. Dio ci ama, si preoccupa di noi e ci vuole salvi. Ci vuole tutti in paradiso, il luogo dove si banchetta sempre con Dio e con i fratelli, dove cioè si vive con Dio Padre nell’amore Paterno (Dio) – filiale (uomo) e con i fratelli nell’amore fraterno, e conseguentemente si sta nella felicità per sempre. Accettiamo l’invito di Dio, preparandoci alla festa eterna con una vita vissuta in un rapporto intenso di amore con Dio e con i fratelli, nel rispetto dei comandamenti e compiendo il nostro dovere. (b) E’ accettato il primo invito, ma viene rifiutato il secondo e, peggio, il terzo. Questo ci dice la bontà e la pazienza del re e l’ingratitudine e la cattiveria degli invitati. Dio ci invita non una, ma molte volte alla salvezza. Insiste con noi fino alla fine della nostra vita. Ma se rifiutiamo sistematicamente gli inviti di Dio – e non sappiamo quale sarà l’ultimo – corriamo il rischio che anche in occasione dell’ultimo invito, non rendendoci conto che è l’ultimo - diciamo di no a Dio. S. Agostino in una certa occasione sviluppò pressappoco questo concetto: “Ho paura di Dio che passa e non ritorna”. Non conosciamo il nostro futuro e c’è sempre il rischio che Dio non ritorni. Accettiamo ora l’invito di Dio: Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2), direbbe S. Paolo e ci ripete la Chiesa all’inizio della Quaresima. (c) Oltre all’ovvia esclusione dal banchetto, quindi dall’intimità col re e con gli altri banchettanti, la punizione degli autoesclusi consiste nella morte fisica. Allo stesso modo Dio è costretto a punire con la perdita della vita spirituale per sempre quanti si autoescludono dal Regno di Dio. Sul serio Dio vuole tutti salvi, come mostra il fatto che ha consegnato il Figlio alla sofferenza e alla morte per la nostra salvezza... Ma non costringe nessuno: sollecita ma non toglie la libertà di scelta, perché il rapporto con lui è rapporto di amore e questo si realizza solo nella libertà vera. (d) In realtà questa prima parte della parabola riguarda gli Ebrei come popolo, che rifiutarono l’invito, insistentemente rinnovato da Dio per mezzo dei profeti e del suo Figlio perché tutti entrassero nel suo Regno; essi maltrattarono e uccisero i profeti e il Figlio. La punizione fu la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d. C. e l’esclusione dal Regno. Ma la minaccia dell’esclusione incombe anche su tutti gli uomini di tutti i tempi, se rifiutano l’invito di Dio.
2. (a) Il re prende atto che gli invitati precedenti non erano degni e dice ai servi: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze (9). Tutti, quindi, sono invitati: Usciti nelle strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, senza distinzione, e la sala delle nozze si riempì di commensali (10). Ma il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un tale che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?”. Quello ammutolì (11-12), perché non aveva giustificazioni da presentare. In effetti i re orientali per mezzo dei servi regalavano agli invitati una veste da indossare durante il banchetto; perciò questo “amico”, forse tra gli invitati “cattivi”, viene escluso dal banchetto anche lui come i primi invitati: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti (13). Da ciò bisogna concludere che non basta l’invito e la presenza fisica al banchetto per aver diritto a restarci, ma è necessario avere un certo stile... Quindi anche quelli che in un secondo momento hanno ricevuto l’invito di Dio alla salvezza e l’hanno accettato, devono rispettare alcune condizioni. L’abito nuziale viene interpretato come la grazia santificante o la carità, e possiamo pensare a quello che dice S. Paolo: Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne (Rm 13,14), completato da: Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque, di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità (Col 3,12), cioè della carità e da tutte le virtù, che sono dono dello Spirito Santo. Comunque si perdono quelli che non perseverano in questo stato di grazia santificante, perché il luogo, dove sarà pianto e stridore di denti (13), solitamente indica l’inferno (Mt 8,12; 13,42; 24,51; 25,30; e molto chiaramente in Lc 13,28). Dobbiamo pregare non soltanto perché ci convertiamo ma anche che perseveriamo nell’amore di Dio e dei fratelli. Può essere sempre utile anche cercare di procurarsi, per il momento della morte, le grazie straordinarie, promesse a quelli che p. es. praticano i primi venerdì e i primi sabati del mese e portano lo scapolare della Madonna del Carmine, o altre simili. (b) Quanto all’espressione finale della parabola: “Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti (Mt 22,14), è perdita di tempo domandarci se pochi o molti ci salveremo: è molto più concreto e intelligente impegnarci a vivere fedelmente il Vangelo in modo da essere anche noi fra gli eletti.
III – Nella prima e terza lettura si parla di banchetto, di cibi succulenti, ecc., ma tutto questo vale per quando il tempo sarà finito e saremo nell’eternità. Nel frattempo si può anche patire la fame, situazione sgradevolissima, che non toglie comunque la gioia di vivere e di servire Dio e i fratelli, come vediamo che avviene a Paolo: so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza (12). Egli mostra di avere un distacco completo dai beni della terra, anche da quelli più necessari: nella prosperità non si esalta e nella povertà non si deprime, perché è pienamente cosciente: Tutto posso in colui che mi dá la forza (13). Non solo nel mondo futuro, ma già in questo mondo S. Paolo trova tutto in Dio e anche la forza di sopportare la privazione di qualsiasi bene terreno. In effetti a Tessalonica gli è mancato tutto e mi avete inviato per due volte il necessario (Fil 4,16), cosa che gli è stata gradita: Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni (14) ma con la precisazione: Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto (Fil 4,17). I loro doni a Paolo sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio (Fil 4,18), che meritano la Sua ricompensa: Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza, con magnificenza, in Cristo Gesù (19), in questo mondo, per quello che è possibile, e certamente nella vita eterna. E tutto perché al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen (20).
Pensiero eucaristico. La vita, vissuta secondo l’insegnamento di Gesù, è un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio (Fil 4,18) e ci merita la salvezza: è la nostra partecipazione al sacrificio di Cristo, che celebriamo nell’Eucaristia. Preghiamo la Madre celeste e S. Giuseppe, i nostri Angeli Custodi e i nostri Santi Patroni, che ci ottengano di vivere sempre secondo il Vangelo e di fare di tutta la nostra vita un sacrificio gradito a Dio. (mons. Francesco Spaduzzi)