Signore e cacciatore di altri tempi: Raffaele D’ Urso
"Conserviamo il ricordo di un gentiluomo" .
Sono state queste parole, pronunziate da gente umile ed allo stesso tempo fiera di aver avuto in dono l’amicizia di Raffaele, a suggerirmi di rievocare un caro amico che vive nel ricordo affettuoso di chi l’ha conosciuto. Sì, la degnissima persona , oltre ad essere stato un valido insegnante ed un vero amante della natura, era un signore di quelli che raramente ci è dato incontrare. A lui premeva una cosa al di sopra delle altre:stabilire con quanti gli si accompagnavano nell’esercizio della sua passione in giro tra boschi, una corrispondenza di amicizia che ben presto diveniva affettiva. Quando era libero dagli impegni professionali, il piacevole girovagare tra querceti e betulle gli permetteva di maturare la convinzione che solo una vita semplice, a contatto con la natura, può offrire lo spazio di profonde meditazioni sul tuo essere di persona . Per Raffaele la caccia era fatta di attesa, di sistemazione infinita dell’occorrente per il giorno dopo, di scrutare le nubi all’orizzonte, soffermarsi ad ascoltare il canto cupo di un uccello notturno che al tenue chiarore delle stelle si appresta a tentare un’ultima incursione, prima del meritato riposo tra gli anfratti della montagna petrosa. La caccia era poesia , non bramosia di prendere selvaggina. Nella mia mente riaffiora il ricordo che effettuava questa pratica con classe e signorilità, come i nobili figli di Albione. Si avviava a passo lento tra la folta selva di castagni, che lambiva la chiesetta della Madonna delle Grazie, già quando appena appena penetravano le flebili luci di un’alba che si tingeva lentamente, fino a dar posto alla levata del sole. Lo precedevano sempre due stupendi cani che aveva tirati su da cuccioli e che allevava amorevolmente, come mai mi era capitato di ascoltare da vecchi cacciatori che si intrattenevano a raccontar storie tra il vero e il fantastico. Al ritorno a casa, accendeva un gran fuoco per riscaldare l’atmosfera e per intrattenere, al tepore di una bevanda calda, il compagno di quella uscita tra i boschi.. Ai lati del grosso caminetto si distendevano i due cani, su teli di paglia che d’estate si sistemano sulla sabbia. Spiegava, quasi a volersi giustificare, che Argo e Brik avevano necessità di asciugarsi in profondità, perché l’umidità, trattenuta dal pelo lungo e folto del setter, provoca precocemente una degenerazione della matrice ossea. .Chiamiamolo un ulteriore atto d’amore che faceva accrescere l’ammirazione nei suoi confronti. Era giovane e forte, con in più un dono prezioso che tanti desiderano invano: il senso dell’equilibrio interiore, il senso del sapersi donare agli altri. Eppure, proprio per questa sua magnanimità, anche a lui toccò venir morso da un randagio, in un indimenticabile giorno d’ottobre, mentre si prodigava a sgridar tanti che lanciavano pietre alla bestia. Ne ebbe profondo dolore, ne avemmo ripugnanza infinita, come apertamente hanno voluto ricordare vecchi amici, del serinese ed Aiello, che mi hanno spinto a scrivere queste note.
La voce dell’abilità dei suoi cani era giunta lontano ed in tanti facevan voti di avere il piacere di un’uscita a beccacce con Raffaele. Grandi appassionati si avvicendavano alla “corte “ del nostro caro, da don Alfonso a Ciccio , da Peppino all’avvocato, ed altri ancora, tutti dotati di signorilità e passione per un qualcosa che sfociava nell’arte, non nella cieca ed affannosa cattura della selvaggina. Ognuno si sentiva orgoglioso di averlo conosciuto, ognuno diventò amico sincero ed affettuoso a vita. Raffaele era così. Se solo lo incontravi e scambiavi qualche parola, imparavi a volergli bene. Aveva immenso riguardo per gli amici, a cui cedeva il passo come un nobile cavaliere di un tempo lontano E’ la magia della caccia, tanto bistrattata perché non sanno che cosa hanno perso a non praticarla.. Il caro Raffaele è presente più che mai nei ricordi di tanti e soprattutto dei più cari tra quanti gli volevano bene, come Alfonso e Michele.
Quanto il nostro caro avesse inciso positivamente, con la sua profonda nobiltà d’animo, sulle persone, ci si presentò amaramente in quel cupo giorno di un inverno pungente che si avviava troppo lentamente al crepuscolo. Una vita spezzata nel pieno vigore, sviluppò una cascata di lagrime di vero amore. I rintocchi smorzati del campanile che aveva resistito all’evento sismico, risvegliarono un paese che ancora contava parenti ed amici sotto le macerie. Persone che l’avevano conosciuto per un’ora o per un anno, si strinsero in un abbraccio ad esprimergli l’ultimo omaggio. Raffaele quel giorno non apparteneva solo alla famiglia: era di tutti.
E’ fine gennaio. L’ultima beccaccia s’è involata tra querce e faggete. Non ci sei Tu, caro amico, a gustare quel volo, né potrai ripetere: la troveremo un’altra volta .Argo e Brik sognano, distesi su un telo di paglia consumato dal tempo, l’ultima ferma alla regina del bosco, sotto un cielo che riversa candidi fiocchi di neve. Fra poco sussulteranno ad uno strano rumore. Si voltano. Un nobile cavaliere si avvicina e li copre con un largo mantello. Poi vola lassù e…scompare tra dense nubi che per un attimo si aprono mostrando la volta celeste.
Michele B.