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Le Regioni hanno ragione a pretendere che ci sia il loro consenso per le attività estrattive

Caro direttore, rispondendo ad un lettore a proposito dello scandalo che ha coinvolto la ministra Guidi in relazione all’attività estrattiva del petrolio in Basilicata Corrado Augias ha scritto, tra l’altro, che: «Le Regioni si oppongono alle trivelle perché, per la prima volta, si vedono sottrarre competenze dopo che per anni quelle competenze hanno usato male o per niente ai fini dello sviluppo. Basta vedere quale scempio abbiano fatto, o consentito di fare, del famoso "ambiente" Regioni come Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Le Regioni furono a suo tempo una vittoria democratica e di sinistra: sussidiarietà, si disse, più vicine ai bisogni locali. Mezzo secolo dopo bisogna ammetterne il parziale fallimento; che lo Stato riprenda il timone della politica energetica nazionale sembra una scelta ragionevole» (La scelta delle trivelle; La Repubblica, 7/4/2016).

Sono d’accordo con la critica che Corrado Augias esprime nei confronti delle Regioni. E’ vero che l’esperienza regionale, specialmente al Sud, deve essere considerata un mezzo fallimento. Ciò non toglie che avevano ragione le nove Regioni che hanno proposto sei referendum contro le norme che, all’interno del decreto Sblocca Italia del 2014, stabilivano che l’estrazione del petrolio e del gas in mare era un’attività strategica e che perciò andava sottratta al consenso delle Regioni. Tanto è vero che il governo Renzi ha accolto l’obiezione delle Regioni e, con la legge di stabilità di fine 2015, ha riportato la legislazione sulle estrazioni in mare a quella del 2010. Con una sola differenza: le attività ora in atto entro le 12 miglia hanno concessioni senza limiti di tempo, valide cioè fino a quando ci sarà qualcosa da estrarre. Ed è per abolire o mantenere questa norma che andremo alle urne il 17 aprile.

Cordiali saluti

Franco Pelella – Pagani (SA)

 

 

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