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Il 2015 del PD

Si apre un anno nuovo, molto importante per il PD, che dovrà dimostrare di essere all’altezza delle sfide, che il 2015 porterà con sé. 
Infatti, è evidente che l’intero architrave della politica nazionale sia il partito, che esprime, in questo momento, il Presidente del Consiglio: qualora il PD non dovesse reggere alle tensioni, derivanti dalle responsabilità di Governo, esso rischierebbe addirittura di sciogliersi al primo sole, come è accaduto alla neve caduta nei giorni scorsi. 
La prima sfida essenziale, che bisognerà affrontare con spirito di unità, sarà quella dell’elezione del Capo dello Stato: nel 2013, i parlamentari democratici furono responsabili della crisi, che portò alla rielezione pro-tempore di Napolitano e alle dimissioni di Bersani, dato che i 101 voti, che impallinarono Romano Prodi, provenivano tutti dal gruppo parlamentare democratico. 
Il rischio, che nelle prossime settimane si possa ripetere un fatto analogo, in occasione delle votazioni per designare il successore di Napolitano, è molto alto: il partito, a livello centrale, così come sui territori, è diviso in componenti e sotto-correnti, che esprimono un livello di litigiosità davvero molto pericoloso per la tenuta di una struttura complessa, quale può essere quella di una forza, che, nello scorso mese di maggio, ha conseguito più del 40% dei voti in occasione delle elezioni europee. 
Se, nelle prossime settimane, il candidato alla Presidenza della Repubblica, voluto da Renzi, non dovesse farcela per l’elezione al Quirinale, è chiaro che si finirebbe in un cul de sac molto grave, perché non solo sfumerebbe un’eventuale ipotesi di Capo dello Stato, ma soprattutto andrebbe in crisi il Governo, poiché nessuno dei partiti minori della maggioranza continuerebbe a sostenere un Dicastero, il cui Premier non avesse la fiducia dei suoi stessi parlamentari. 
Sulla mancata elezione di Prodi, Bersani si giocò la Segreteria Nazionale del PD e le chance residuali di divenire Presidente del Consiglio; Renzi, invece, rischierebbe di mettere in gioco la sua stessa carriera, finora fulgida, perché l’elezione di un candidato, diverso da quello che egli ha condiviso con Berlusconi, sarebbe la più plateale sconfessione dell’ultimo anno di presenza a Palazzo Chigi. 
Sappiamo bene come il Presidente del Consiglio non abbia timore di nessuno e conosciamo, in particolare, la determinazione con la quale ha rottamato i vertici dell’ex-Margherita e degli ex-Ds, ma molte di quelle illustri personalità siedono, ancora, in Parlamento o, comunque, hanno la forza per condizionare il voto di gruppuscoli di deputati e senatori, per cui diventa facile ipotizzare che qualcuno voglia, pure, consumare la vendetta proditoria per ciò che il Sindaco di Firenze ha compiuto negli ultimi dieci mesi di permanenza al Governo. 
Naturalmente, in democrazia, le ragioni ideali degli uni e degli altri sono, in linea di principio, tutte legittime, purché siano suffragate dal voto: immaginare che le componenti anti-renziane del PD possano convergere, nel segreto dell’urna, su un nome diverso da quello proposto dal Premier è lecito, ma la logica stringente dei numeri dovrà, poi, dire se avrà avuto ragione il Presidente del Consiglio nell’isolare fette importanti del suo stesso partito o, piuttosto, la minoranza interna, che però dovrà dimostrare di avere un peso nei gruppi parlamentari ben superiore a quello su cui può contare nella Direzione Nazionale, dove la sua presenza è ininfluente. 
Inoltre, il PD avrà, almeno, altre due sfide importanti: una a livello regionale ed una, ancora, a livello nazionale. 
La prima si consumerà nelle prossime settimane, quando si voterà per rinnovare i Consigli di molte importantissime Regioni e per eleggere i vertici delle rispettive Giunte: se, in tutta Italia, finora si sono svolte le primarie per designare il candidato del Centro-Sinistra, che sfiderà quello del Centro-Destra, in Campania – peraltro, la regione più grande e popolosa fra quelle dove si vota – è tutto in alto mare, visto che le primarie, più volte fissate, vengono sistematicamente differite, quasi a dimostrazione di una consolidata volontà renziana nel non farle celebrare. 
Continuando per tal via, il PD rischia per davvero di disintegrarsi, dal momento che non si può continuare a mobilitare gli elettori per, poi, qualche giorno prima della data fissata, decidere di prendere tempo, rinviando – di fatto – sine die il voto popolare. 
Forse, c’è chi, a livello centrale, intende perseguire una strategia tesa alla sconfitta in territori, come quello campano, dove in passato è stata eletta la classe dirigente nazionale del partito, per timore che, appunto, le primarie possano tornare utili per consolidare delle leadership, che si intende sopprimere prima ancora che possano, eventualmente, vedere la luce? 
Infine, una sfida nazionale importante: a marzo, gli Ispettori dell’Ue controlleranno lo stato dei conti italiani e sono pronti, sin da adesso, a dichiarare la loro incompatibilità con le norme fissate dai Trattati, qualora – come appare probabile – la finanza pubblica dovesse sforare il famigerato limite del 3% nel rapporto debito/Pil. 
Quale sarà, allora, l’atteggiamento del PD? 
Continuerà ad essere succube degli orientamenti della Germania e della Commissione Europea ovvero, seguendo la linea tracciata da Tsipras e dal suo partito, Syriza, metterà in discussione in modo radicale i paletti fissati da Maastricht, arrivando – se necessario – a minacciare di far saltare il tavolo dell’unione monetaria? 
Questa, in particolare, sarà una tematica centrale e dispiace, invero, che lo stesso Renzi, nel corso del semestre appena concluso, non abbia avuto la forza per imporre condizioni più vantaggiose per gli Stati del Mediterraneo in seria difficoltà, come l’Italia, che si trovano, ormai da tempo, lungo quella sottilissima linea di confine, che può sancire la loro permanenza fra le nazioni, finanziariamente, virtuose o la loro definitiva caduta fra quelli a rischio di default.
In ogni caso, il PD è il partito, che esprime il Presidente del Consiglio, per cui delle due l’una: o sostiene Renzi, finanche quando si atteggia da leader della Destra, più che di un moderno partito di Sinistra, ovvero deve (ed amo sottolineare l’espressione fraseologica adottata) avere il coraggio di metterlo in minoranza nelle Aule parlamentari, dimostrando al contempo di poter contare su uno schema di maggioranza alternativa a quella renziano ed, in particolare, su una guida altrettanto carismatica, quanto quella che – chissà per quanti mesi – può, ancora, garantire l’ex-sindaco di Firenze. 
In politica, il coraggio è una virtù non solo auspicabile, ma necessaria: saprà il PD rovesciare il corso renziano, come ha già fatto con quello bersaniano, quando il precedente Segretario Nazionale venne scaricato, prima, dal suo stesso partito e, poi, dal Capo dello Stato, che neanche prese in considerazione l’ipotesi di dargli l’incarico di formare il nuovo Dicastero, all’indomani del disastroso voto del febbraio 2013. 
Siamo certi che, questa volta, gli avversari di Renzi avranno il coraggio di presentarsi in pubblico e di agire au plein air, non comportandosi - invece - alla stessa maniera dei franchi tiratori in occasione dell’ultimo voto quirinalizio di ventiquattro mesi or sono? 



Rosario Pesce

 

 

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