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Un Natale di disperazione

I dati economici evidenziano una realtà terribile: la recessione economica, iniziata nel 2007, non avrà termine neanche nel 2015, quando - secondo le previsioni - il segno negativo continuerà a caratterizzare il nostro Paese, che, forse, solo nel 2016, potrà avviare una lenta ripresa. 
I rilievi macro-economici, fatti dall’Istat e dalle più importanti agenzie del settore, sono ampiamente avvalorati dal crollo dei consumi, che ha caratterizzato il Natale 2014 molto più di quello precedente: è, questo, il segno tangibile di un’economia, che perde posizioni a livello mondiale, visto che, in particolare, la grande impresa - su cui si reggeva l’Italia fino agli anni ’90 - si è trasferita in quelle aree dell’Europa Orientale e dell’Asia, dove si produce con un minore carico fiscale, massimalizzando così i profitti. 
L’arretramento della nostra economia si coniuga, invero, con un altro fattore statistico molto preoccupante: l’età media della popolazione, progressivamente, si innalza, per cui la nostra comunità sarà sempre più composta da persone anziane, che avranno bisogno di uno stato sociale, che sia in grado loro di assicurare la giuste cure - in caso di malattia - e le provvidenze di un apparato previdenziale, che possa garantire, almeno, una dignitosa pensione, dopo la fuoriuscita dal mondo del lavoro. 
L’Italia, dunque, potrà riscattarsi da una situazione siffatta, che la vedrà cadere - altrimenti - in un disagio profondo, da cui sarà difficile rialzarsi? 
È pleonastico sottolineare la debolezza cronica del ceto politico, che, da Tangentopoli in poi, non è stato in grado di rilegittimarsi agli occhi degli elettori, per cui - da un po’ di tempo a questa parte - ormai il livello di discredito è divenuto così alto, che intere fette della popolazione non si recano, neanche, più alle urne, in quanto l’elettorato mostra scarsa fiducia in chi - invece - dovrebbe rappresentare, nelle istituzioni, gli sforzi di una nazione, prossima al tracollo. 
È evidente che, di questo passo, le conseguenze saranno tragiche: un Paese, che non produce, genera inevitabilmente debito, perché le ricchezze - sempre inferiori - non saranno in grado di finanziare i servizi, che generalmente lo Stato dovrebbe assicurare ai suoi cittadini. 
Ad esempio, con quale denaro l’Erario potrà finanziare la scuola o la sanità pubblica? 
Ineluttabilmente, dunque, l’impoverimento generalizzato della comunità nazionale coinciderà con l’incremento a dismisura delle differenze fra pochi Italiani ricchissimi e tantissimi poveri, prossimi ad una condizione di indigenza assoluta. 
Neanche l’agricoltura, ormai distrutta dall’industria e dall’aggressione al territorio, fatta nei decenni precedenti dalla grande criminalità, potrà garantire gli strumenti utili per la sopravvivenza, come pure accadeva nell’Ottocento, quando - prima dell’industrializzazione - il contadino, nonostante la miseria diffusa, riusciva comunque a vivere dei frutti del proprio onesto lavoro. 
In tale prospettiva, i prossimi venti anni saranno l’arco temporale nel corso del quale non potrà che precipitare la condizione di buona parte dell’Europa e, con essa, dell’Italia, che costituisce il tallone d’Achille del continente avanzato, dato che il livello di corruzione - altissimo da noi - brucia moltissime ricchezze, che altrove - invece - rimangono nel processo produttivo, visto che, fuori dai confini nazionali, si delinque in forme minori e, soprattutto, i reati diventano più facilmente perseguibili, perché l’amministrazione della Giustizia implica tempi ben più rapidi e, quindi, maggiormente funzionali alla subitanea eradicazione del male. 
Purtroppo, l’Italia oggi paga il prezzo derivante da molti suoi difetti atavici, visto che l’Italiano medio è stato abituato a sopravvivere, anche, grazie alla malizia ed alle furbizie, che in passato gli hanno permesso di tollerare la dominazione di potenze straniere, che occupavano aree intere del Belpaese, ben sapendo che gli autoctoni sarebbero stati servili e prodighi verso il dominatore di turno. 
Lo saremo, finanche, con l’Europa e la Germania, che ci dettano regole economico-finanziarie, che il nostro sistema non è in grado di reggere per troppo tempo? 
Molto probabilmente, avremo bisogno - nei prossimi anni - di un virtuoso processo riformatore, che non dimentichi le esigenze dei più poveri e dei più deboli, ma in particolare necessitiamo - sin da ora - di personalità politiche, che si assumano le giuste e necessarie responsabilità di Governo, non preoccupandosi solo di imbonire la piazza - fisica e mediatica - con promesse da marinai. 



Rosario Pesce

 

 

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