Una maggioranza traballante
Il dibattito, che si è svolto al Senato in merito all’approvazione della Legge di Stabilità, dimostra ampiamente che la maggioranza governativa ha difficoltà, sempre più evidenti, nel portare a termine il suo mandato; infatti, alla prova dell’Aula, sovente il PD si spacca, per cui gruppuscoli di potere e correnti fuori controllo condizionano non poco la vita dell’Esecutivo, costretto, pertanto, a contrattare quotidianamente con la propria base parlamentare, per consentire il varo delle leggi essenziali per la vita del nostro Stato, come può essere quella inerente al Bilancio.
Dunque, la prospettiva di una lunga vita per il Governo Renzi appare, invero, sempre più velleitaria: la vera prova del fuoco, però sarà rappresentata, a fine gennaio, dall’elezione quirinalizia, visto che, come le esperienze precedenti insegnano, le fortune dei Dicasteri hanno subìto, sovente, contraccolpi importanti per effetto di esiti imprevisti, come quelli che, molto probabilmente, potranno sorgere in occasione dell’elezione del successore di Napolitano.
Il fatto che Renzi, nel corso dell’ultimo anno, molto maliziosamente abbia giocato su due tavoli, quello della maggioranza parlamentare e quello del Patto del Nazareno, certo non agevola il lavoro di chi deve dare un indirizzo univoco alla politica italiana: è viepiù ovvio che la doppia maggioranza non gli permette di imprimere la svolta al Paese, come avrebbe desiderato e come avrebbe potuto fare, se avesse avuto modo di contare su numeri certi e su un gruppo fedele di eletti.
Evidentemente, esiste un principio della Costituzione, che lede l’efficacia dell’azione governativa, a prescindere, anche, dalla fattispecie concreta di un Presidente del Consiglio, non eletto dal popolo, che non ha scelto deputati e senatori, i quali sono espressione di una diversa Segreteria Nazionale.
Il riferimento costituzionale è quello dell’assenza di mandato, per cui ogni eletto risponde, in ogni momento della vita istituzionale, unicamente alla propria coscienza, non avendo alcun vincolo, sul piano giuridico né con i propri elettori, né con il leader del partito, di cui pure fa parte.
Pertanto, gli inviti alla fedeltà, rivolti dal Premier ai senatori e deputati democratici, non possono non cadere nell’oblìo, visto che la democrazia rappresentativa, da Kelsen in poi, si basa su di un principio siffatto, che serve a tutelare le libertà repubblicane e lo spirito di indipendenza di chi ha ricevuto un mandato elettorale.
Infatti, solo nei regimi autocratici, in capo ai componenti delle Assemblee vige un vincolo di mandato, per cui, in quel caso, la volontà popolare, trasfusa nel comportamento del singolo parlamentare, è l’espressione ipocrita di un potere coercitivo, che si esercita per conto dell’autocrate di turno ed in nome di un soggetto collettivo – il popolo – che costituisce, ad onta di ogni buona intenzione, una mera e pericolosa finzione democratica.
Cosa accadrà a gennaio, quando la forza del Dicastero Renzi sarà, duramente, messa alla prova da test importanti?
Cosa faranno i parlamentari democratici, quando dovranno approvare una legge elettorale, che invero piace a pochissimi fra loro?
In quel caso, si misurerà la credibilità di un Governo e di una leadership partitica, sostenuta mediaticamente, che possono solo subire danni di immagine e politici di una certa rilevanza da un’eventuale disobbedienza di gruppi cospicui e correnti interne al PD, che ora lavorano sotto traccia, allo scopo di mettere a nudo le debolezze della personalità, che ha certamente condizionato, in modo fortissimo, le vicende istituzionali del 2014.
Noi non possiamo non auspicare che il dibattito si svolga alla luce del sole e che le risultanze siano coerenti con gli interessi di un Paese, che sempre meno crede alle potenzialità del proprio apparato istituzionale e all’onestà del ceto politico, invero fortemente macchiate dai gravissimi fatti romani e milanesi, che hanno minato non poco la credibilità di chi dovrebbe rappresentare, assai autorevolmente, milioni di nostri concittadini.
Ne uscirà vincente la Repubblica, dimostrando che il Capo dello Stato può essere eletto nel giro di pochissime votazioni e che i meccanismi costituzionali possono essere riformati nei tempi previsti dalla stessa Costituzione odierna, che pure presentano, oggettivamente, motivi di lentezza e fattori di ritardo non irrilevanti?
È in gioco l’idea stessa che l’Italia possa essere considerata, ancora, un Paese a democrazia avanzata: infatti, l’ennesimo fallimento non potrebbe non giustificare il commissariamento da parte dell’Unione, che dovrebbe intervenire giustamente per salvaguardare i creditori del sistema finanziario italiano, i quali guardano alle nostre vicende interne, sapendo bene che la grandissima mole debitoria verso gli investitori internazionali può essere abbattuta, solamente se cambierà il modus agendi dello Stato e dei partiti, che sono il fattore essenziale della vita e della corretta partecipazione democratica.
Rosario Pesce