La fine di un'epoca
La conclusione dell'embargo statunitense ai danni di Cuba, durato per circa cinquant'anni, chiude un'epoca storica fondamentale per gli equilibri non solo del Nord e Centro-America, ma dell'intera comunità internazionale.
Infatti, Cuba, per diversi decenni, è stato il migliore alleato dell'Unione Sovietica, ai tempi della Guerra Fredda: il legame con Mosca, non a caso, comportò la crisi della Baia dei Porci nel 1961 e, successivamente, i fatti del 1962, quando solo l'intervento di Papa Giovanni XXIII impedì che scoppiasse la Terza Guerra Mondiale, visto che la nascita di basi militari russe, in territorio cubano, equivaleva ad una vera e propria dichiarazione di guerra, rispetto alla quale la potenza americana non poteva, invero, rimanere inerte.
Ora, a distanza di mezzo secolo da quegli eventi, dopo la conclusione della Guerra Fredda e la conseguente nascita di equilibri planetari ben diversi da quelli della seconda metà del Novecento, ineluttabilmente si apre una fase nuova, nella quale, per un verso, Cuba potrà aprirsi progressivamente al capitalismo americano e, per altro verso, gli Stati Uniti potranno, finalmente, prendere coscienza di essere stati i principali responsabili dell'impoverimento di intere fasce della popolazione cubana, a cui l'embargo a stelle e strisce ha sottratto ricchezze, che avrebbero potuto migliorare la qualità della vita e, soprattutto, alleviare le sofferenze, non causando così le morti e le atrocità inenarrabili, di cui sono rimasti, invece, vittima milioni di cittadini caraibici.
D'altronde, la conclusione della Guerra Fredda e l'ascesa di potenze nuove, sia da un punto di vista commerciale, che militare, come il Brasile e la Cina, impongono agli Stati Uniti di ridivenire padroni del proprio continente, che - ormai, da tempo - non dirigono più, come accadeva nei primi anni Cinquanta.
Infatti, la nascita di regimi nazional-socialisti nel Centro e Sud-America ha fatto sì che gli USA venissero espropriati dei loro interessi vitali lungo le sponde del Pacifico e dell'Atlantico.
Pertanto, ristabilire oggi un rapporto con Cuba ed, in prospettiva, con Stati, come Venezuela e Bolivia, consentirebbe agli Stati Uniti di mettere in piedi una versione rinnovata della dottrina di Monroe, cioè permetterebbe loro di fare del continente americano un'area commerciale propria, con prevalenti interessi in determinati settori, quali turismo ed agricoltura tecnologicamente avanzata, che rappresentano la frontiera dello sviluppo del XXI secolo.
Naturalmente, un siffatto processo, che oggi è appena agli inizi, in virtù dell'abolizione dell'embargo, non poteva trovare migliore viatico in una fase di transizione importantissima sia per gli Stati Uniti, che per Cuba.
Entrambi gli Stati, infatti, si trovano nelle immediate fasi di conclusione di cicli, che hanno avuto durata pluriennale.
Negli Stati Uniti, ormai, è agli sgoccioli l'esperienza presidenziale di Obama, che si concluderà nel 2016 con risultati, invero, molto al di sotto delle aspettative, che legittimamente la comunità internazionale poteva nutrire, quando il Presidente di colore si insediò nel gennaio del 2009, dando inizio al suo primo mandato.
Per altro verso, a Cuba è, ormai, terminato - già da qualche anno - il potere autocratico di Fidel Castro, che, nel suo mezzo secolo di Governo, è stato il nemico più fiero dell'Amministrazione statunitense.
Infatti, prossimo alla soglia dei novant'anni, il leader massimo della rivoluzione cubana ha abdicato in favore del fratello Raul, dando così l'abbrivio ad un'altra fase storica, che inevitabilmente farà di Cuba uno dei migliori alleati degli USA nel corso del prossimo ventennio.
Gli interrogativi, a tal riguardo, non mancano.
L'economia comunista ha consentito, comunque, a Cuba di tagliare traguardi importanti, creando un sistema sanitario ed uno di pubblica Istruzione, che sono avanzatissimi ed, invero, all'avanguardia rispetto agli standard del continente centro-americano.
La progressiva penetrazione degli interessi statunitensi farà sì che il capitalismo occidentale soppianterà l'ultima economia comunista, ancora, esistente al mondo, per cui non si potrà non accogliere con favore l'introduzione delle libertà economiche, civili e politiche, mancate a partire dalla sollevazione castrista del 1959.
Ma, al tempo stesso, non è possibile non chiedersi quale destino toccherà alle istituzioni sociali molto progredite, che il regime di Fidel Castro ha saputo creare: le scuole e gli ospedali pubblici quale fine faranno?
Saranno mantenuti in vita oppure la logica liberista, che porteranno gli USA, determinerà una privatizzazione aggressiva, che eliminerà alla radice gli aspetti positivi e le realtà efficienti, che l'economia pianificata, pure, ha saputo creare, in modo virtuoso, sul suolo cubano?
Sono interrogativi, questi, che non afferiscono solo al futuro prossimo di Cuba, ma ineriscono alle sorti dell'economia mondiale: il crollo, infatti, del Comunismo caraibico lascerà spazi enormi di sviluppo per un sistema, come quello occidentale, che - in talune realtà del mondo - ha barattato le giuste libertà civili e la logica cinica del profitto con la dignità dell'essere umano, ridotto - troppo spesso - alla condizione di mero consumatore dei prodotti industriali, nei quali si aliena, purtroppo, la creatività e l'intelligenza, tipiche del modello di Uomo costruito - tragicamente - dalla fine delle ideologie dell'Ottocento e del Novecento.
Con il crollo di Cuba è, davvero, finito il XX secolo e si è consumato il carico legittimo di speranze ed aspettative, che drammaticamente ha portato via con sé il Secolo Breve.
Rosario Pesce