Lo Stato vende…
Nel prossimo anno, come ha già annunciato il Ministro Padoan, per far fronte al debito, ormai fuori da ogni previsione, lo Stato continuerà la sua politica di vendita di partecipazioni aziendali importanti, per cui un altro pezzo della grande azienda pubblica andrà, definitivamente, alienato, sperando che, con la cassa che si farà, si potrà rimediare alle voragini dei conti italiani.
La scommessa del Governo Renzi, in materia di rientro dall’esposizione debitoria, è chiara, anche se presenta molti punti critici: distribuire, come è stato fatto con il provvedimento degli ottanta euro, un po’ di soldi qua e là, allo scopo di riavviare il ciclo virtuoso della domanda interna, visto che il mercato nazionale langue, perché gli Italiani, ormai, non consumano più.
Orbene, nel secondo semestre del 2014, gli ottanta euro, dati in busta paga a chi ha un salario inferiore ai mille e cinquecento euro, non hanno prodotto grandi effetti, dato che il commercio non ha segnato alcun passo in avanti considerevole.
È molto probabile, infatti, che quel danaro sia stato conservato dagli Italiani in attesa di tempi migliori oppure è stato utilizzato per pagare debiti già contratti o, peggio ancora, è stato adoperato per pagare bollette ed utenze, che - come ben sappiamo - rappresentano la prima voce in passivo delle famiglie italiane, che pagano acqua, luce e gas molto di più della media europea.
Quindi, quei soldi poco o niente sono stati utilizzabili per riattivare la dinamica commerciale, da cui ovviamente lo Stato attende un maggior introito fiscale, dal momento che, se il commercio cresce, lievita in primis il gettito di Iva ed Irpef.
La stima, fatta dal Ministro del Tesoro Padoan, prevede che nel 2015 il debito debba ancora crescere, visto che, solamente nel 2016, esso inizierà a discendere lievemente, per effetto della crescita economica, che si spera di promuovere attraverso il provvedimento degli 80 euro e quello sull’Irap, che certamente gioverà, non poco, agli industriali.
Evidentemente, la previsione governativa è ottimistica e, soprattutto, presenta un elemento, su cui è opportuno riflettere: anziché incidere sulle uscite, che rimangono sostanzialmente inalterate, si va ad agire sulle entrate, nella speranza che una nuova fase dell’economia possa rimettere in moto i consumi e, dunque, possa far riemergere quel contante, che oggi è sempre più merce rara, sia per i commercianti, che per le famiglie.
Infatti, il Premier, quando si insediò nel febbraio scorso, si trovò sulla sua scrivania il famoso Piano Cottarelli, che era stato commissionato dal precedente Dicastero Letta: quel documento prevedeva, tra l’altro, una serie di tagli ad aziende municipalizzate improduttive, che, se fossero stati attuati, avrebbero dato immediatamente allo Stato una notevole liquidità, che si sarebbe prodotta per effetto dei rami secchi, che venivano così tagliati.
Il Governo ha fatto una scelta, che non ci ha mai convinti del tutto: perché consentire a Comuni e Province di possedere delle aziende – con i relativi Consigli di Amministrazione – che determinano, solo, costi fissi per l’Erario, perché i loro servizi possono essere erogati da un numero ben minore di imprese più efficienti?
È pleonastico sottolineare che, in tal caso, le ragioni della politica cozzano con quelle finanziarie: un numero maggiore di aziende implica un considerevole ritorno elettorale per gli amministratori, che devono nominare, nei relativi CdA, i riferimenti della parte pubblica; inoltre, si alimenta un giro virtuoso di appalti e commesse, che evidentemente rianimano l’economia di quei territori, dove il principale committente è l’azienda municipalizzata o, comunque, a prevalente capitale pubblico.
La rottamazione renziana, pertanto, ha riguardato il ceto politico, ma non certo quello degli amministratori di società per azioni, sovente decotte, che hanno determinato sui bilanci aziendali l'insorgere di oneri per le spese derivanti da un personale ridondante rispetto alle effettive esigenze e da una gestione allegra del danaro pubblico, incentivata dal fatto che i controlli contabili arrivano, solitamente, quando è già troppo tardi e, dunque, diviene difficile recuperare le risorse disperse in mille rivoli, talora prossimi e contigui ad una logica e ad un uso criminali del danaro della comunità.
Perché questa scelta da parte di Renzi?
Perché il piano Cottarelli non è stato preso affatto in considerazione, mentre si poteva aprire un dibattito nel Paese, per verificare cosa di quella programmazione di tagli potesse essere meritevole della considerazione attenta del legislatore?
Qualora, nei prossimi mesi, la situazione finanziaria dovesse precipitare, è chiaro che diventerebbe necessario riprendere il lavoro di Cottarelli e mettervi mano per applicarlo con una tempistica, finanche, accelerata, visto che di tempo a disposizione per salvare l’Italia dal default ce ne sarebbe molto poco.
Speriamo che non si debba rimpiangere una scelta affrettata, che, invero, a Renzi ha portato visibilità mediatica nell’immediato, ma può contribuire a condurre il Paese ad una situazione prossima a quella di altre economie fallite del Mediterraneo.
Rosario Pesce