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Una difesa d’ufficio

Quella, pronunciata ieri dal Capo dello Stato, è stata una vera e propria difesa d’ufficio del Governo: Napolitano, infatti, in occasione del saluto tradizionale di fine anno, rivolto alla stampa, ha tentato di blindare l’Esecutivo, invitando tutte le opposizioni – sia quelle politiche, che quelle sindacali – ad avere un atteggiamento di ragionevolezza e di comprensione nei riguardi di Renzi e del suo Dicastero, che, negli ultimi mesi, ha ricevuto attacchi sia dalla Sinistra, espressione del sindacato, che dalla Destra populista e demagogica, incarnata dalla Lega. 
In particolare, il Presidente della Repubblica è intervenuto nel dibattito parlamentare, rivolgendosi esplicitamente alla minoranza del PD, che ha invitato formalmente a non organizzare agguati nel dibattito in corso sulle riforme costituzionali e sulla revisione della legge elettorale. 
È apparso a tutti che quello di ieri sia stato l’ultimo discorso del Capo dello Stato, prossimo ormai alle dimissioni: pertanto, il suo invito a non disperdere il patrimonio di iniziative, messo in cantiere dal Dicastero attuale, appare più che legittimo e comprensibile. 
Ma, è anche altrettanto vero che le problematiche di natura politica non mancano, per cui, ineluttabilmente, le parole del Presidente, per quanto molto autorevoli, si misurano con un dibattito che, nelle prossime settimane, diventerà sempre più infuocato, perché innanzitutto esso si incentrerà sull’individuazione del successore dello stesso Napolitano, da cui dipenderà lo sviluppo futuro della vicenda parlamentare, afferente ai temi sviluppati nel discorso di ieri. 
Infatti, è evidente che, nella misura in cui la revisione della Costituzione e del dispositivo elettorale non potranno concludersi entro il 2014, l’elezione del prossimo inquilino del Quirinale, che sarà il primo atto qualificante delle Camere nel nuovo anno, diventerà l’evento centrale, da cui tutti gli altri dipenderanno, per cui - molto probabilmente - le coordinate, entro cui si muoveranno i parlamentari, non saranno più quelle che, nel corso del 2014, hanno condizionato pesantemente il Governo, protetto in modo costante dalla tutela del Quirinale. 
L’elezione del Presidente della Repubblica, infatti, ci dirà se l’Italia andrà subito al voto anticipato o se, nel 2015, si tenterà di portare a termine il processo riformatore, con questo o - eventualmente - con un altro Esecutivo. 
La preoccupazione maggiore, però, non può non essere quella relativa ai conti dello Stato: domani, infatti, Renzi, nel corso di una seduta – che immaginiamo assai infuocata – del Consiglio Europeo tenterà di ottenere una deroga rispetto ai parametri di Maastricht, chiedendo che le spese per investimenti non vengano conteggiate nel famigerato rapporto deficit/PIL, per cui, solo in tal caso, l’Italia potrebbe ritenersi in linea con la rigorosa disciplina fissata dagli organismi comunitari. 
È ovvio che il tentativo di Renzi, che si dispiegherà nelle prossime ore, rappresenta la classica ultima spiaggia, perché, se la Germania ed i Paesi nordici non dovessero autorizzare una siffatta deroga, ineluttabilmente i conti, nel mese di marzo del 2015, non saranno in regola e, dunque, l’Italia andrà soggetta ad una procedura di infrazione, che avrà conseguenze rilevanti.
Non a caso, Napolitano ha fatto un pubblico elogio a Padoan, che potrebbe essere il successore di Renzi, qualora la Troika europea dovesse decidere di avere a capo del Governo un tecnico di fiducia, che dovrebbe intervenire con maggiore rigidità nella difficile operazione di ridefinizione del debito pubblico. 
È, infatti, pleonastico sottolineare che gli spazi di autonomia dei Governi nazionali sono sempre più ristretti ed appare scontato sottolineare come Renzi abbia speso, forse in modo non efficacissimo, il bonus che aveva a sua disposizione nello scorso mese di maggio, quando, agli inizi del semestre di guida dell’UE, egli si è presentato al cospetto degli alleati continentali con la forza contrattuale, che gli derivava dal successo delle elezioni di primavera. 
Napolitano conosce benissimo un siffatto stato di cose e, pertanto, come ultimo atto politico del suo secondo mandato presidenziale, ha tentato - dinnanzi alle telecamere ed ai giornalisti stranieri - di consolidare la posizione del Premier, sapendo bene che l’Italia, altrimenti, potrebbe a breve trovarsi nella medesima condizione della Grecia, qualora la Commissione decidesse di commissariare il nostro Esecutivo, reo di essersi comportato da cicala, quando aveva promesso di agire, invece, da formica. 
Il Presidente ha raggiunto il suo obiettivo? 
In verità, crediamo di no, anche perché, oltre alla cruda narrazione che i conti dello Stato fanno dell’odierna condizione finanziaria pubblica, interviene ad aggravare la situazione attuale un fattore istituzionale, cui prima abbiamo fatto cenno: il dubbio legato al nome del successore di Napolitano. 
Solo quando conosceremo, in modo certo, tale nominativo, sapremo se quello di Renzi è stato l’ennesimo tentativo andato a vuoto o se il Premier avrà, ancora, una forza residuale da spendere, prima di eclissarsi definitivamente dallo scenario nazionale e continentale. 



Rosario Pesce

 

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