Un’Italia intimorita
L’immagine dell’Italia, che emerge dalle parole di Napolitano, pronunciate in occasione del discorso alla stampa straniera, per i consueti auguri pre-natalizi, è sicuramente quella di un Paese intimorito dal giudizio, che potrebbero, a breve, produrre gli alleati europei circa l’affidabilità dei conti pubblici ed in merito, in particolare, alla credibilità del sistema istituzionale nel suo complesso.
Napolitano, infatti, usando toni che non gli sono consueti, ha ammonito pesantemente le opposizioni interne, dal sindacato alla minoranza del PD, dai movimenti populistici alla stessa carta stampata, invitandoli ad abbassare i toni nella polemica contro il Governo ed il processo riformatore, che questo ha avviato da quando è in carica, cioè dal febbraio scorso.
Evidentemente, parole simili non possono non far fare salti di gioia a Renzi, il quale ha ricevuto un inatteso aiuto dal massimo vertice delle istituzioni italiane, venendo così corroborata la sua posizione al cospetto sia delle forze sociali, che partitiche, in primis di quelle interne alla sua stessa formazione di provenienza.
Ma, le parole del Presidente Napolitano devono far riflettere non poco, visto che il nostro Capo di Stato, raramente, ha usato, nel corso dei suoi due mandati presidenziali, toni molto forti, come quelli adoperati ieri: la situazione finanziaria non è, certamente, delle migliori, perché il rischio che il Paese possa essere commissariato dall’Unione - come già è successo alla Grecia - è altissimo, in particolare se, nella riunione di domani del Consiglio Europeo, non dovesse essere data risposta affermativa all’istanza dell’Esecutivo, che intende promuovere, presso le autorità europee, una richiesta di non poco conto relativa ai criteri di stima del debito degli Stati sovrani, tesa a non far rientrare nel calcolo del rapporto deficit/Pil il danaro che viene utilizzato per la spesa addebitabile ad investimenti.
In tal senso, bisogna leggere come necessità pressante e non derogabile l’invito alle opposizioni ad intralciare il meno possibile il cammino parlamentare delle riforme, sia in materia costituzionale, che economica.
Evidentemente, il Presidente della Repubblica e il Premier hanno dato assicurazione all’Europa che l’iter riformatore, avviato con la nascita del Governo attuale, non troverà alcuna forma di ostacolo: pertanto, la credibilità italiana è appesa ad un filo sottilissimo, che, se si dovesse rompere, creerebbe conseguenze gravissime, perché l’eventuale commissariamento implicherebbe, chiaramente, la cessione di parti importanti di sovranità nazionale e, di fatto, la perdita di autonomia decisionale in materie fondamentali, come quelle relative alla finanza pubblica e alla legislazione sui temi economici e del lavoro.
La voce di Napolitano è sempre stata ed è, tuttora, molto autorevole: anche in tal caso, il Presidente prefigura seri rischi, che vanno opportunamente calcolati e neutralizzati, se si vuole evitare che l’Italia si avvii in un cul de sac, da cui poi molto difficilmente potrebbe uscire.
Ovviamente, la maggioranza parlamentare, composita ed assai articolata al suo interno, deve trovare un giusto punto di equilibrio fra le esigenze ed i vari bisogni, che meritano di essere contemperati: il dialogo - nel pieno rispetto dei compiti e delle funzioni di ciascuno degli attori politici e sociali - deve essere la via maestra - come ha detto lo stesso Capo di Stato - per giungere a soluzioni condivise, che possono rafforzare l’Italia al cospetto dell’Unione, perché, altrimenti, in caso di sviluppi negativi, ad oggi purtroppo possibili e probabili, a pagare un prezzo altissimo sarebbe la nazione intera, che si vedrebbe costretta a sostenere dei costi notevoli, pur di rientrare nei limiti imposti dagli organismi comunitari.
È, forse, giunto il momento di costruire un’effettiva unità nazionale intorno a personalità prestigiose - come il Presidente Napolitano, seppur prossimo a lasciare il Quirinale - che, con la loro indiscutibile autorevolezza, hanno rappresentato gli interessi italiani in Europa e nel mondo, facendo sì che il nostro Paese potesse sedersi, ancora, al tavolo degli Stati che contano.
Ne sono coscienti le forze politiche, che, delegittimando loro stesse e le istituzioni repubblicane, corrono il rischio di aprire la strada ad una presenza prepotente dell’Unione, nel nostro Paese, ad ogni livello della vita civile e sociale?
Rosario Pesce