Prodi al Quirinale?
La partecipazione di Prodi ad un incontro con il Presidente del Consiglio, avvenuto ieri a Palazzo Chigi, è certamente la notizia politica del giorno, visto che, nelle immediate prossimità dell’elezione del futuro inquilino del Quirinale, due ore di confronto fra il Premier ed uno dei principali candidati per quel prestigioso incarico non possono che essere lette in funzione di un’eventuale promessa di impegno di Renzi sul nome del Prof bolognese.
La notizia è tanto più rilevante, visto che, solo il giorno precedente, il Presidente del Consiglio aveva tuonato duramente contro la stagione dell’Ulivo, affermando che essa era stata costellata più da insuccessi che da trionfi.
Sappiamo bene che l’ideatore di quell’alleanza è stato lo stesso Prodi, per cui quelle parole erano apparse come una manifesta sconfessione del percorso dell’ultimo ventennio, fortemente sponsorizzato da chi, come l’ex-presidente dell’Iri, ha impiegato le proprie energie politiche per far sì che la cultura ex-comunista e quella ex-democristiana si incontrassero sotto i vessilli di una comune alleanza.
Evidentemente, però, le dinamiche istituzionali sono molto più complesse di quanto possa apparire: è ben noto a tutti che il Patto del Nazareno, contratto da Renzi e Berlusconi, non può non prevedere, anche, una clausola – magari non scritta – afferente all’elezione quirinalizia.
Il patròn di Mediaset, il cui sostegno al Governo è essenziale per portare a termine l’iter di riforma della Costituzione, non sosterrà mai Prodi per la Presidenza della Repubblica, dato che egli ne è stato, per venti anni circa, il principale avversario.
Quindi, delle due l’una: o Renzi ha deciso di investire su Prodi, allo scopo di ricompattare il suo partito e di mettere a tacere le voci, che vogliono ormai come prossima una scissione fra ex-democristiani ed ex-comunisti, ovvero il Patto del Nazareno regge ancora, per cui l’incontro di ieri sera serve solo a formalizzare il fatto che il fondatore dell’Ulivo non potrà, comunque, mai ricevere l’aiuto del Presidente del Consiglio nella sua scalata per il Colle più alto di Roma.
Certo è che, come da consuetudine della nostra Repubblica, l’elezione quirinalizia presenta delle insidie, che nessun attore è riuscito a razionalizzare e a prevedere, prima che esse si producessero: tranne che per Ciampi, su cui l’accordo venne raggiunto ben presto, anche per assenza di sfidanti credibili, in tutti gli altri casi i nominativi, che erano stati fatti in un primo momento, sono stati poi consumati dalle votazioni iniziali, che – ovviamente – hanno un valore esplorativo e, sovente, servono a scremare un ventaglio possibile di candidature, che, per una ragione o l’altra, non incontrano il consenso della vastissima platea di grandi elettori, che – come è noto – mette insieme i parlamentari elettivi e di nomina presidenziale, oltreché i rappresentanti delle Regioni.
Forse, anche questa volta, il nominativo di Prodi viene fatto circolare allo scopo, poi, di bruciarlo nelle fasi successive e determinanti delle votazioni?
Invero, vista l’esperienza internazionale di Prodi, appare strano che egli si sia prestato ad un gioco pericoloso, che inevitabilmente lo espone mediaticamente, in modo evidentissimo, facendogli correre il rischio di essere già fuori dalla gara, ancora prima che essa inizi effettivamente.
È, però, probabile che Renzi abbia un progetto diverso: offrire al Prof un incarico di prestigio a livello internazionale, al fine di eliminarlo preventivamente dalla gara per il Quirinale con il suo stesso assenso, così come fece D’Alema, quando lavorò perché egli divenisse Presidente della Commissione Europea, subito dopo il crollo del Governo dell’Ulivo nel 1998.
Le logiche della politica sono spietate e molto ciniche, per cui ogni azione può produrre un effetto, finanche, diverso da quello inizialmente auspicato.
In tal caso, nonostante la notevole differenza d’età, esistente fra i due protagonisti, non si può non ipotizzare che essi abbiano ben valutato le conseguenze del loro gesto inconsueto, tanto più in prossimità di un’elezione, come quella del successore di Napolitano, che segnerà un momento di svolta per il Paese, perché – comunque andrà – esso entrerà in una fase storica, finalmente, diversa da quella dell’ultimo ventennio.
Chi dei due avrà ragione, riuscendo a conquistare ciò a cui ambisce?
Solo gli sviluppi delle prossime settimane ci potranno dire qualcosa di più compiuto su una vicenda, estremamente appassionante, vista anche la significativa posta in gioco.
Rosario Pesce