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Giù le mani dall’Ulivo

Nel corso della riunione della Direzione Nazionale del PD, Renzi ha pronunciato parole molto forti contro l’Ulivo, reo di non aver riformato l’Italia nel corso dell’ultimo ventennio. 
Il giudizio, pronunciato dal Premier, non è del tutto nuovo ed originale, visto che, in passato, già aveva detto cose simili, criticando il concetto di fondo su cui quell’alleanza si basava: l’incontro di due culture riformiste, quella cattolico-democratica e quella neo-socialista ed ex-comunista, che, per molti anni, non avevano trovato un punto di accordo, nonostante la fase - pur brevissima - del Compromesso Storico. 
Le parole di Renzi sono opinabili per molti aspetti: innanzitutto, il suo giudizio sembra molto prestato alla stringente attualità e, come tale, poco credibile in termini storici. 
Infatti, la critica mossa contro l’Ulivo è, in primis, un attacco a Prodi, anche se il nome del Professore non è mai stato fatto: è evidente che, in prossimità del voto per individuare il successore di Napolitano, il nome di Romano Prodi, molto caro ad ambienti del Centro-Sinistra, risulta indigesto per il Presidente del Consiglio, che - in virtù del Nazareno - non può votare per il Prof. bolognese, storicamente avversario dell’altro contraente di quel Patto, cioè Berlusconi. 
Inoltre, le parole pronunciate contro l’Ulivo sono, indirettamente, rivolte alla Sinistra del PD e, soprattutto, ai Sindacati: è pleonastico sottolineare che il progetto originario dell’alleanza ulivista prevedeva il dialogo continuo con i Sindacati e le organizzazioni sociali, che rappresentano gli interessi, che ora non trovano alcuna forma di ospitalità nelle politiche del PD, che aggrediscono, pesantemente, i diritti acquisiti ed, in particolare, lo Statuto dei Lavoratori del 1970. 
Inoltre, è evidente che l’aggressione verbale contro l’Ulivo costituisce un attacco indiretto contro la minoranza interna, che è, ancora, legata fortemente a quella stagione, che rimane - pur sempre - la più seducente della recente storia della Sinistra italiana. 
D’altronde, le cose dette da Renzi sono, anche, storicamente sbagliate: innanzitutto, l’Ulivo non ha governato il Paese per venti anni, ma per un periodo – purtroppo – molto breve. 
Infatti, l’autentica stagione ulivista è quella che si può, temporalmente, definire entro limiti ben precisi: quelli segnati dai due Governi Prodi (1996-98 e 2006-2008), che terminarono anzitempo, perché le dinamiche interne alle forze moderate ed agli stessi DS indebolirono, non poco, gli unici Dicasteri, effettivamente, riformatori del nostro recente passato. 
Peraltro, appare opinabile l’atteggiamento di chi, governando il presente, avverte il continuo e compulsivo bisogno di misurarsi con il passato e di segnalare, con questo, elementi di rottura e di discontinuità, piuttosto che quelli di sana e virtuosa continuità. 
È abitudine frequente del Premier quella tendente a delegittimare, nel suo partito, quanti la pensano diversamente da lui, finanche nella lettura storiografica dell’ultimo ventennio, che dovrebbe essere – invece – patrimonio comune dell’intero PD, indipendentemente dalle posizioni occupate nel dibattito interno, riferibili all’odierna maggioranza o minoranza. 
Non possiamo non auspicare, per il bene del Paese e del Partito Democratico, che Renzi - anche questa volta - possa avere ragione: certo è che, se i suoi giudizi fossero fallaci, ci troveremmo di fronte non solo ad un difetto di analisi non irrilevante, ma soprattutto verrebbe pregiudicata, in modo significativo, la possibilità stessa che tutte le componenti democratiche possano continuare a fare un iter comune, sotto i medesimi simboli partitici. 
Renzi, forse, sta cercando non solo il pretesto per andare ad elezioni anticipate, ma anche il percorso più breve per liberarsi della minoranza interna riottosa ed, intellettualmente, più onesta? 



Rosario Pesce

 

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