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L’Italia corrotta

Le ultime notizie, che vedono protagonista una regione, come l’Umbria, sempre lontana dagli affari della grande criminalità, dimostrano come, ormai, la questione mafiosa non sia solamente riducibile alle tre regioni del Sud (Sicilia, Campania e Calabria), dove le organizzazioni malavitose sono nate ed hanno segnato, profondamente, la vita civile. 
Infatti, l’intero Paese, da nord a sud, è stretto in una morsa, da cui sembra quasi impossibile che riesca a liberarsi: le vicende umbre, prima ancora di quelle romane e milanesi, costituiscono la prova che la criminalità è attiva dovunque ci sia danaro, pronta - attraverso l’usura - ad entrare in possesso di attività commerciali, che vivono gli effetti della crisi degli ultimi anni, e capace di costruire ed intrecciare conoscenze e rapporti necessari per avere libero accesso agli appalti, che dispone la Pubblica Amministrazione. 
Una statistica, pubblicata di recente, denuncia lo stato di cose odierno in modo lucidissimo: l’Italia è la nazione occidentale con il maggiore tasso di corruzione, per cui l’economia illegale produce un volume di affari ben maggiore di quella legale in rapporto al numero di individui, che essa riesce ad impiegare. 
Non è un caso se, anche, l’Unione Europea, nel calcolare il Pil dell’Italia, come degli altri Paesi, tiene conto del giro d’affari della grande criminalità, per cui l’economia sommersa viene stimata ed i suoi proventi vengono sommati a quelli prodotti, invece, nel pieno rispetto della legge. 
Solo così facendo, è stato possibile valutare il rapporto debito/Pil della nostra nazione, facendo rientrare l’Italia nel limite virtuoso del 3%, così come prescrive il Trattato di Maastricht. 
Invero, il quadro, che emerge dalle indagini sociologiche, oltreché dai dati economico-finanziari, è inquietante e mortificante per una comunità nazionale, che, fino a pochi decenni fa, era nota al mondo perché è la terra natìa di Dante e Leopardi. 
Oggi, invece, non c’è ambito produttivo, dove non si verificano tentativi di penetrazione da parte di interessi criminali, che sovente sono molto più ampi di quanto si possa immaginare: dalle libere professioni al commercio, dall’industria alla Pubblica Amministrazione, sovente le dinamiche, dettate dalle organizzazioni del grande crimine, prevalgono sulla legalità, che diventa - pertanto - solo un feticcio, che invano si insegue. 
Se è avvilente il quadro complessivo del Paese, certo la classe politica, che rappresenta per definizione il ceto dirigente di una nazione, non offre esempi migliori, dal momento che, al suo interno, si annidano molte connivenze con i poteri criminali, che hanno la forza economica per spostare migliaia di voti in campagna elettorale, per cui ogni personalità, finanche la più proba, che abbia intenzione di scalare i vertici del proprio partito e dello Stato, ineluttabilmente - nel corso della sua carriera - si incrocia (e, speriamo, si scontra) con interessi criminali, che - nelle sedi istituzionali opportune - sono rappresentati da una borghesia in doppio petto, tanto cinica da non avere ritrosia a fare affari con chi ha le mani sporche e lorde di sangue. 
Cosa può fare il Parlamento? Ed il Governo? E la Magistratura? 
Il tempo delle leggi e dei poteri speciali è, ormai, passato, anche perché gli effetti scaturiti sono sotto gli occhi di tutti: la vera scommessa è quella di far funzionare le leggi ordinarie, che sono, forse, anche troppo copiose e, talora, in aperta contraddizione fra di loro. 
Uomini della Provvidenza e capacità demiurgiche non esistono e, qualora venissero a prospettarsi, sarebbero una risposta, meramente, demagogica e sterile al problema, che incombe sull’intera comunità nazionale. 
Forse, anche in termini di lotta al crimine organizzato, è finalmente finita l’epoca dei condottieri che guidano l’Italia, stando da soli al comando. 
L’ingresso nell’Unione Europea, peraltro, non ha agevolato la lotta alle mafie, visto che, cadendo le barriere, è molto più facile spostare danaro sporco da una parte all’altra, investendolo in attività lecite, che garantiscono alti profitti ed, in particolare, la possibilità del riciclaggio, che è il crimine finanziario più frequente e comune. 
Neanche, l’istruzione è stata, negli ultimi decenni, un argine proficuo: le nuove generazioni, spesso, crescono con il mito del grande criminale, che - ai loro occhi ebetiti - diventa un eroe da emulare in un Paese, dove gli eroi autentici tendono ad essere assenti ed hanno, comunque, sempre meno appeal sociale. 
Un problema, quindi, notevole per il futuro prossimo: di questo passo, non solo verrà meno la concordia fra ceti, ma soprattutto il Paese si trasformerà in una grandiosa corrida, per cui persone con minori competenze e con uno spirito arrivistico più pronunciato si contenderanno ciò che rimarrà da decenni di spoliazioni e frodi inenarrabili. 


Rosario Pesce

 

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