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Se la Merkel detta la linea…

Le parole, pronunciate ieri dalla Merkel, rappresentano la più evidente sconfessione dell’operato del Governo Renzi nel corso degli ultimi dieci mesi: il Cancelliere tedesco, senza mezzi termini e con l’onestà, che la contraddistingue, ha ricordato al Premier italiano che le riforme, da lui finora fatte, non sono sufficienti, per cui il nostro Paese non è, ancora, rientrato nei parametri di finanza pubblica fissati dal Trattato di Maastricht. 
Le dichiarazioni della Merkel non erano inattese: infatti, il giudizio, espresso qualche giorno prima dalle agenzie di rating, che hanno qualificato come “BBB-“ il debito sovrano del nostro Stato, ha costituito la premessa migliore, perché il Capo di Governo della nazione più forte in Europa intervenisse, in modo così aperto, sulla condizione italiana. 
D’altronde, appare evidente un fatto semplicissimo: se ad ogni verifica, da parte degli organismi internazionali di controllo, l'esposizione debitoria italiana risulta sempre peggiore, ci si chiedeva da tempo perché, solo, l’Europa non facesse alcun aperto riferimento alla situazione dell’Italia. 
L’intervento si è manifestato nelle forme più crude possibili: infatti, venir sconfessati da un proprio omologo, non è certo per il Premier motivo di vanto, visto che, ormai, è naturale che, nell’ambito continentale, non tutti gli Stati hanno la medesima autorevolezza e quella tedesca è, invero, molto più ampia di quella italiana. 
Peraltro, dietro alle parole della Merkel, si nasconde un’insidia di non poco conto: nella prossima primavera, la Commissione dovrà effettuare un ulteriore controllo sui conti italiani, per cui, se dovesse essere accertata una condizione ancora in sofferenza, è molto probabile che l’Europa possa decidere di intervenire in modo drastico, come ha già fatto sia con la Grecia, che con la Spagna e l’Irlanda. 
Di fatto, cioè, potremmo trovarci di fronte ad un commissiamento del nostro Esecutivo, per cui Renzi sarebbe invitato dall’UE a dare le dimissioni e a lasciare spazio ad un Governo, composto di personalità scelte dall’Europa, che avrebbero un ben preciso programma da attuare, molto rigido in termini, soprattutto, di rientro del debito pubblico. 
Per cui, contrariamente a quanto è stato fatto credere finora, l’Italia versa in una contingenza peggiore di quella del 2011, quando lo stesso pre-avviso fu inviato a Berlusconi, a cui successe Monti su espressa indicazione dei nostri alleati europei, i quali, in quel modo, riuscirono ad arrestare l’esposizione debitoria del nostro Paese con i suoi creditori internazionali. 
Peraltro, c’è un fattore aggravante importante: la legge di Stabilità, che sarà approvata nelle prossime settimane, prima delle feste natalizie, allarga il debito italiano, in quanto alcune scelte dell’Esecutivo, come quella in riferimento al taglio del cuneo fiscale, in favore delle imprese, inevitabilmente riduce il gettito fiscale per lo Stato, sottraendo risorse importanti che, se per un verso non sono sufficienti a dare ossigeno alle aziende, per un altro aggravano viepiù i conti pubblici, prossimi alla dichiarazione di default, data anche la classificazione, che ne viene fatta dalle agenzie di rating. 
Pertanto, appare evidente che, in un clima di distrazione generale, l’Italia sta avvicinandosi molto pericolosamente al baratro: finora, due sono state le personalità, che hanno salvato il Paese da una mortificazione sul modello di quella impartita alla Grecia: Napolitano e Draghi. 
Infatti, il Presidente della Repubblica, negli ultimi quattro anni, è stato un punto di riferimento essenziale e costante per l’Europa e l’America, per cui la sua autorevolezza ha impedito che interventi invasivi, nella nostra sfera nazionale, venissero già compiuti nello stesso periodo in cui la Troika europea interveniva, con il pugno fermo, in Grecia ed in Irlanda. 
Per altro verso, importantissimo è stato il ruolo del Governatore della Banca Centrale Europea, al quale si deve il progetto di acquisto del debito degli Stati nazionali da parte del massimo organismo bancario continentale, che solo può consentire all’Italia, come a tutti gli altri Paesi mediterannei, di sopravvivere e di non dichiarare fallimento, visto che quella mole debitoria può essere fronteggiata con le disponibilità finanziarie dell’Europa e non con quelle, ben più ridotte e misere, della finanza nazionale. 
Purtroppo, però, questi due fattori di sostegno verranno meno: infatti, Napolitano a breve, come è noto, darà le dimissioni dalla sua funzione, mentre Draghi, avversato dalla Germania, non avrà possibilità di portare a termine il suo progetto di salvataggio delle finanze statali di Italia, Francia e Spagna. 
Quindi, Renzi si confronterà con la Germania senza l’assistenza preziosa di due personalità, che, fino ad adesso, hanno consentito all’Italia di non cadere nel baratro, molto più vicino di quanto non creda la pubblica opinione nazionale, distratta forse da altre notizie, che hanno lo scopo - appunto - di evitare che l’attenzione si soffermi su fatti, di per sé, molto tragici, che avranno conseguenze per l’Italiano medio, che lavora e produce un reddito, sovente, non sufficiente né al proprio mantenimento, né a quello familiare. 
Le parole della Merkel, quindi, hanno avuto il benefico risultato di far cadere il clima di narcosi, che si è generato intorno alle aspettative, derivanti dalla nascita del Governo Renzi nello scorso mese di febbraio, quando le ansie degli Italiani erano state, almeno in parte, placate dalla fiducia, che noi tutti abbiamo concesso ad un Premier volitivo e pieno di iniziativa. 
Purtroppo, i risultati non premiano il suo operato, per cui la condizione del nostro debito sovrano, oggi, è ben peggiore di quella di un anno fa, quando governava Letta e Renzi era stato, appena, eletto Segretario Nazionale del PD. 
La forza politica di Renzi, negli ultimi mesi, è derivata da un fattore di minaccia implicita, che egli ha mosso contro i suoi detrattori interni: se il Parlamento sfiducia l’Esecutivo – questo è stato il suo ragionamento, più o meno esplicitato in modo diretto e rude, nelle sedi parlamentari e partitiche – dopo non potrà che esserci il voto anticipato, per cui tutti i deputati e senatori, per timore di andare a casa, devono votare qualsiasi provvedimento il Governo loro propone nel corso della sua – finora – pur breve vita. 
L’intervento della Merkel cambia, invece, la prospettiva: un’eventuale sfiducia sui conti statali, nel prossimo mese di marzo, non aprirebbe la strada al voto anticipato, ma alla nascita di un Esecutivo di Salute Pubblica, condotto da un’autorità di livello europeo (lo stesso Draghi?), per cui, di fatto, la nostra democrazia verrebbe commissariata, fino al raggiungimento degli obiettivi finanziari di rientro entro la fatidica soglia del 3% del rapporto deficit/PIL. 
Ovviamente, l’Esecutivo nuovo dovrà realizzare una politica all’insegna dell’austerity più rigorosa, per cui la condizione odierna di forte disagio di molti strati sociali non potrebbe che trarne ulteriore danno, visto che verrebbe, molto probabilmente, intensificata la leva fiscale ed, in particolare, ci sarebbe un ennesimo taglio dei servizi essenziali, per cui le politiche economico-finanziarie, che sarebbero concretizzate, preluderebbero al salvataggio coatto, imposto dall’UE, rispetto ad uno status di evidente pre-fallimento della Repubblica. 
Siamo, forse, apocalittici? 
O, forse, stiamo raccontando uno scenario possibile, che, fra tutti quelli che potranno avverarsi, è purtroppo il più credibile? 
Forse, la retorica, a scopo edulcorativo, prodotta in questi mesi a piene mani da chi ha governato, ora si scontra con la dura realtà, che è, in effetti, ben più nera di quanto si potesse immaginare? 
Certo è che dalla politica, nazionale ed europea, ci aspetteremmo sempre parole di verità e, quelle, pronunciate dalla Merkel, per quanto non possano piacere, hanno il grande merito, comunque, di non raccontare sorti progressive dell'umanità, che - al momento - non esistono, né sono seriamente prevedibili o prefigurabili. 


Rosario Pesce

 

 

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