Il rinnovamento di un partito
Le vicende romane dimostrano, ampiamente, come rinnovare un partito non sia affatto un’operazione facile: Renzi, infatti, pur rottamando i vertici nazionali degli ex-Ds e dell’ex-Margherita, di fatto decretando la fine della lunga carriera politica di molte personalità, che avevano segnato profondamente la vita degli ultimi venti anni, non è stato in grado di fare pulizia, con la medesima efficacia, a livello locale, dove le classi dirigenti tendono a perpetuarsi nel tempo ed hanno uno spirito di autoconservazione molto forte, per cui, con grandissimo cinismo, esse transitano dal carro di un leader nazionale a quello del suo successore.
Le personalità del PD, coinvolte nella vicenda romana e - naturalmente - innocenti fino a pronuncia definitiva della Magistratura, provenivano da correnti esistenti, già, molto tempo prima dell’avvento di Renzi: si tratta, infatti, di ex-veltroniani, ex-dalemiani, ex-rutelliani, che, dopo le primarie del dicembre scorso, si sono identificati nella leadership dell’ex-Sindaco di Firenze, pur avendo un cursus honorum molto diverso da quello dell’attuale Premier.
Come è già successo in altre regioni, dal momento che una classe dirigente locale non può nascere nello spazio temporale compreso fra la sera ed il mattino successivo, inevitabilmente Renzi ha dovuto legittimare quadri, affermatisi prima del suo avvento, dando loro il riconoscimento del ruolo sezionale o cittadino o provinciale.
Ora, le vicende penali, che stanno emergendo in tutta la loro inquietudine, consentono di fare pulizia, ma, analogamente a quanto accade in siffatti casi, l’opera di rinnovamento si produce ex-post e non ex-ante, come dovrebbe avvenire in modo virtuoso.
D’altronde, quando una leadership nazionale si viene costruendo in tempi rapidissimi, dettati dal dibattito politico a livello centrale, è ovvio che i vertici territoriali rinnovati non possono formarsi e disfarsi con la medesima velocità, per cui, all’interno di un partito, che è una struttura complessa, vengono a convivere nuclei di dirigenti che, maliziosamente, tentano di sopravvivere, riciclandosi in maniera, finanche, spregiudicata.
Questa è la conseguenza, anche, delle primarie e della metodologia, che esse hanno introdotto nella selezione dei vertici di un partito, che si rivolge ai propri iscritti e simpatizzanti per determinare, nell’arco di un pomeriggio di consultazioni popolari, il primato di questa o quella personalità di primo piano, di questa o quella componente.
Infatti, in virtù di questo modello di stratificazione di un’organizzazione partitica, molto spesso si verifica la dicotomia che, in questi mesi, si è prodotta nel PD: una dirigenza nazionale rinnovata profondamente, che non ha alcun legame con il recente passato, per un verso, ed una a livello locale, che, dopo essere passata sotto le insegne della corrente del nuovo leader, continua sui territori a gestire il partito ed, eventualmente, a condurre affari, che possono essere al limite della legge.
Il trasformismo è un male italiano ed, invero, non lo scopriamo oggi, per effetto dell’azione della Magistratura, ma è evidente che i fatti della cronaca romana dimostrano bene quanta diffidenza e quanta prudenza debba avere una nuova leadership, quando si circonda di collaboratori a livello periferico, laddove altissima è la possibilità che la criminalità ed il malaffare possano assumere la guida delle strutture partitiche, tanto più in ambienti sociali molto difficili, come possono essere quelli delle grandi città, ove ovviamente circola una quantità notevole di danaro, per effetto anche della presenza radicata di questo o quel partito all’interno degli Enti Locali e delle istituzioni governative, comunali o regionali.
Pertanto, sarebbero necessarie prudenza e saggezza, che spesso mancano, visto che i leader nazionali non possono non sottrarsi al rapporto con chi è portatore di voti e - dunque - di potere economico nelle strutture periferiche del partito.
D’altronde, non bisognerebbe mai dimenticare che il rinnovamento non si fa, certo, solo guardando alla carta d’identità ed al dato anagrafico, ma soprattutto volgendo lo sguardo alle competenze, al merito, all’affidabilità sul piano, essenzialmente, morale di un individuo, se si vuole essere credibili sia nelle vesti di leader partitico, che di rappresentante virtuoso delle istituzioni.
Forse, è questa una dura lezione per chi governa il Paese da qualche mese ed aspira a farlo, legittimamente, per molti anni ancora?
Rosario Pesce