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Alla ricerca del nome condiviso…

È evidente che, come emerge dalle interviste pubblicate, stamane, dalla carta stampata, Renzi e Berlusconi sono alla ricerca del nome condiviso da proporre ai rispettivi gruppi parlamentari, in occasione del prossimo voto quirinalizio, che dovrebbe svolgersi intorno alla metà del mese di gennaio, quindici giorni dopo l’ufficializzazione delle dimissioni da parte di Napolitano. 
Spetterà, naturalmente, a Renzi fare la rosa di nomi e a Berlusconi scegliere quello che può apparire il meno divisivo fra PD e Forza Italia. 
Tutto ciò accadrà, pur sapendo, ciascuno dei leaders, che l’elezione del Capo dello Stato rappresenterà, probabilmente, il penultimo atto della legislatura, visto che, ad essa, farà seguito poi l’approvazione definitiva della legge di riforma del dispositivo elettorale e, quindi, molto probabilmente al futuro inquilino del Quirinale spetterà il triste compito di sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni, dal momento che le attuali Camere non consentiranno, certo, la prosecuzione, per molti mesi ancora, dello stato di cose vigente. 
Quindi, Renzi e Berlusconi, dopo aver condiviso le strategie per circa un anno, potrebbero trovarsi nella prossima primavera, di nuovo, da parti opposte: l’uno capeggerà il PD, in qualità di candidato premier per la prossima legislatura, mentre l’altro, non essendo candidabile, non potrà che dare una mano a colui che sarà investito dell’onere di guidare i moderati italiani nello scontro elettorale contro l’ex-Sindaco di Firenze. 
Questo è il canovaccio, che hanno già scritto Renzi e Berlusconi, ma sappiamo bene che la politica segue un po’ le leggi della commedia dell’arte, per cui, inevitabilmente, l’improvvisazione ed il Caso potranno determinare conseguenze importanti e, dunque, sconvolgere i piani, che sono stati già costruiti a tavolino da due Toscani, quali lo stesso Renzi e Verdini, in quota Berlusconi. 
Quanti saranno i franchi tiratori di PD e Forza Italia, che non voteranno per la personalità, loro indicata dalle rispettive Segreterie Nazionali? 
M5S, Sel e la minoranza del PD saranno in grado di individuare una candidatura alternativa e di portarla all’elezione, quando ci si renderà conto che i numeri necessari, per il prescelto di Berlusconi e Renzi, non ci sono fra i circa mille grandi elettori? 
Inoltre, la pubblica opinione come reagirà, quando saranno scelte personalità, che, per quanto autorevoli, non sono più amate dai cittadini? 
Fuori dal Parlamento, si creerà un movimento di opinione in favore di un candidato, diverso da quello degli establishment, che vanterà il consenso popolare, di cui gli stessi parlamentari non potranno non tenere conto? 
Un fatto analogo successe nel 2013 con Rodotà, sponsorizzato allora dal M5S, dopoché la Rete indicò, chiaramente, quale fosse l’orientamento degli internauti, di cui si fecero portavoce, dunque, i Grillini. 
È difficile fare previsioni in politica, tanto più quando si tratta di indicare il nome di chi, per i prossimi sette anni, avrà la responsabilità di guidare uno Stato, come il nostro, che manifesta qualche problematica di non poco conto. 
Certo è che, nel XXI secolo, gradiremmo molto che le leadership venissero determinate dando, anche, uno sguardo ai desiderata di cittadini, che hanno interesse a partecipare ai destini della Cosa Pubblica. 
Crediamo, infatti, che sia finito quel tempo in cui due o tre potenti segretari di partito potevano decidere l’elezione della suprema magistratura italiana: non è un caso se, in non pochi momenti della storia del Paese, chi è entrato Papa, è uscito poi Vescovo dal Conclave, come si dice in gergo. 
In attesa che le schermaglie possano chiarire meglio i rapporti di forza, non ci resta che sperare in una scelta fuori dagli schemi tradizionali, perché l’elezione di un Capo dello Stato inviso alla pubblica opinione, nel momento in cui stiamo vivendo, sarebbe l’ennesimo e, forse, definitivo colpo di grazia alle sorti della democrazia, che ha bisogno di una carica, non irrilevante, di entusiamo e di spirito di rinnovamento, che finora si è prodotta, in forme evidenti, solo quando nel 1978 venne eletto Sandro Pertini, forse perché era espressione di un partito, il PSI, che raccoglieva meno del 10% del consenso degli Italiani, ed era - perciò - estraneo alle dinamiche di potere delle due principali forze politiche dell'epoca, DC e PCI, che avevano gruppi dirigenti che prendevano molti più voti, ma erano assai meno popolari. 


Rosario Pesce

 

 

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