Alla ricerca di un voto…
Durante i lavori di ieri della Direzione Nazionale del PD, il Premier ha fatto intendere chiaramente che, qualora la maggioranza del Nazareno dovesse vacillare, a causa dei repentini mutamenti di atteggiamento da parte del Cavaliere, egli non può non guardare verso la fronda del M5S, che si è venuta a determinare, alla Camera ed al Senato, per effetto delle espulsioni, che Grillo ha ordinato contro chi non avrebbe versato il denaro pattuito, come da accordi assunti all’interno del gruppo pentastellato.
È ovvio che la mossa renziana sembra quella classica, che si mette in essere, quando si è prossimi, ormai, alla disperazione: infatti, il numero di trasfughi grillini, che possono entrare nella maggioranza, appare oggi così esiguo, che evidentemente non può surrogare l’eventuale rinuncia alla collaborazione da parte di Forza Italia.
Per quanto si possa immaginare che, nei prossimi mesi, altri deputati del M5S lasceranno il partito di Grillo, è pleonastico sottolineare che l’iter delle riforme non può, certo, avere speranze di successo in virtù del gruppuscolo parlamentare, che viene sottratto a questo o a quel partito.
Appare, dalle cose dette da Renzi, una difficoltà non secondaria: il Presidente del Consiglio, anche in buona fede, ha creduto che, effettivamente, la riforma della Costituzione e quella della legge elettorale potessero avvenire con il consenso decisivo di Berlusconi, per cui - da otto mesi a questa parte - egli ha blindato il Patto del Nazareno nel dibattito interno al PD, evitando sistematicamente che venissero messi in discussione i termini dell’accordo con il Cavaliere.
Siffatto suo atteggiamento non aveva, però, fatto i conti con le volontà del patròn di Mediaset, il quale, come pochi altri nello scenario italiano, è in grado di fiutare il momento più opportuno per mettere in scena azioni, che scompaginano un quadro di riferimento, che sembrava - altrimenti - acclarato.
Peraltro, la decisione del Presidente Napolitano di dimettersi, già, nelle prime settimane del 2015 non può non dare forza a Berlusconi, il quale sa bene che deve incassare prima l’elezione di un Capo di Stato non ostile ai suoi interessi e, poi, solamente in una seconda fase, intervenire con i propri voti a sostegno del progetto di riforma elettorale, fortemente voluto da Renzi, al fine di acquisire la necessaria maggioranza nel prossimo Parlamento.
Ora, Renzi sta, molto probabilmente, incamminandosi su un sentiero irto di difficoltà di non poco conto: corteggiare i deputati ed i senatori, in uscita dal M5S, implica uno sforzo notevole, che non necessariamente sarà coronato dal successo, perché questi parlamentari, che ormai sono diventati indipendenti dal guru, sono sul mercato, per cui potranno essere attratti dalle sirene del Premier, come, eventualmente, da chi vorrà loro proporre l’adesione ad un progetto politico alternativo a quello del Presidente del Consiglio.
Peraltro, il Segretario Nazionale del PD paga un fio importante: il suo desiderio di arrivare, quanto prima, al varo della nuova legge elettorale è, apertamente, in contrasto con i desiderata di qualsiasi componente dell’attuale Parlamento, perché si intuisce facilmente che l’introduzione di un rinnovato dispositivo elettorale non può che avvicinare la data delle elezioni anticipate e, dunque, lo scioglimento delle attuali Camere.
Si sa bene che l’essere umano, per legittimo spirito di autoconservazione, certo non accelera il processo della propria morte - in tal caso - politica, dal momento che moltissimi degli attuali deputati e senatori rischierebbero, seriamente, di non fare rientro nella prossima Assemblea legislativa.
Pertanto, per allungare l’esistenza dell’attuale legislatura, è d’uopo che ciascuno di loro rallenti, ad arte, i tempi di approvazione del futuro dispositivo di voto, così da allungare la prospettiva di vita di un Parlamento che, nel corso dell’ultimo anno, invero ha legiferato molto poco e, quando ciò è avvenuto, lo ha fatto grazie al ricorso sistematico alla fiducia, a dimostrazione delle difficoltà presenti all’interno del gruppo del PD, che rappresenta la vera ed autentica opposizione al Governo in carica, nonostante il Presidente ne sia il suo Segretario Nazionale.
Quindi, le chance di successo di Renzi si fanno sempre più articolate e problematiche, visto che il suo progetto di progressivo avvicinamento alle urne, per incassare la fiducia che ancora gli Italiani gli accordano, entra in aperto contrasto con l’interesse di molti di arrivare al 2018, cioè alla conclusione naturale del mandato dell’odierna legislatura.
D’altronde, si sa bene che i parlamentari grillini sono stati eletti grazie ai pochi voti, che essi hanno ottenuto nelle primarie telematiche, che Grillo organizzò prima delle elezioni del febbraio 2013, per cui moltissimi sono destinatari di un consenso ridottissimo, che invero non assicurerebbe loro la rielezione, tanto più con il nuovo dispositivo dell’Italicum, che prevede il ritorno alle preferenze per tutti coloro che non sono capilista.
Per cui, le acque non possono agitarsi ulteriormente, visto che la vera partita in gioco è quella sul Quirinale, per effetto della quale non solo si deciderà il nome del successore di Napolitano, ma soprattutto si avrà un’indicazione, esplicita ed univoca, sul futuro immediato del Paese.
Se il Patto del Nazareno reggerà, il percorso renziano verso lo scioglimento delle Camere ed conseguente il voto anticipato non possono che prospettarsi molto più credibilmente; se, invece, prevarranno coloro che hanno interesse a sconfiggere il Premier - sia da Destra, che da Sinistra - è molto probabile che la legislatura si allunghi e che la maggioranza, che avrà eletto il nuovo Capo dello Stato contro i diktat berlusconiani e renziani, possa essere anche quella che chiederà una svolta, forte e chiara, rispetto alle sorti del Dicastero attuale.
Si aprano, dunque, le danze!
Rosario Pesce