Nord e Sud: la frontiera del Paese
Il voto di domenica scorsa e quello di ieri dimostrano come esiste nel Paese una differenza notevole fra il Nord ed il Sud; infatti, mentre nelle regioni padane la percentuale di astensionismo è altissima, per cui ai seggi si reca meno della metà degli aventi diritto, nelle regioni al di qua del Garigliano, l’astensione, pur essendo presente, è contenuta entro limiti statistici, ancora, accettabili.
Un dato siffatto capovolge la logica ed il senso comune: il Sud, più povero ed arretrato, dovrebbe manifestare forme di astensionismo e di protesta civile più violente delle aree settentrionali.
Le popolazioni meridionali, invece, nonostante la loro condizione di disagio socio-economico, si recano tuttora al voto, premiando peraltro le classi dirigenti, che hanno avuto la responsabilità del governo locale negli ultimi decenni.
È il caso della Calabria, dove è stato eletto Presidente della Regione Oliveiro, già a capo dell’Amministrazione Provinciale di Cosenza, e della Puglia, dove le primarie, svoltesi per individuare il candidato alla Presidenza in quota PD, sono state vinte da Emiliano, già Sindaco di Bari ed esponente di livello nazionale di quel partito, data anche la sua fulgida carriera di magistrato, precedente all’impegno nelle istituzioni comunali.
Quali sono, dunque, i motivi di una siffatta diversità di atteggiamento fra Nord e Sud?
Sin da quando è nata l’Italia, le popolazioni settentrionali e meridionali si sono atteggiate, politicamente, in forme molto differenti: chi può dimenticare il voto pro-Repubblica delle città nordiche e quello pro-Monarchia del Sud, in occasione del referendum, sulla forma costituzionale dello Stato, del 2 giugno 1946?
Certo è che, oggi, mentre il cittadino del Nord, non andando alle urne, esprime il proprio disagio rispetto al ceto politico nazionale e locale, quello meridionale continua ad esprimere fiducia in chi, finora, lo ha governato, per cui dà un voto palesemente filo-governativo, che tende a consolidare le posizioni di potere di quanti, in questi anni, hanno amministrato la Cosa Pubblica, dimostrando capacità di gestione di situazioni non poco complesse.
Se tale prospettiva dovesse confermarsi alle prossime elezioni generali, si correrebbe il serio rischio di avere un’Italia divisa, nettamente, in due aree: da una parte, il Nord, che si allontana sempre più dalle istituzioni centrali e da quanti le hanno dirette; dall’altra parte, il Sud, che rafforzerebbe i poteri uscenti, identificandosi in quel nascente Partito della Nazione, in cui il PD, la Destra moderata e berlusconiana ed i ceti sociali dominanti a livello territoriale, inevitabilmente, andrebbero a confluire.
Anche ai tempi della I Repubblica, esisteva una condizione analoga: le regioni settentrionali tendevano a premiare la Sinistra riformatrice e social-comunista, mentre il Sud ha votato, ininterrottamente, dal 1948 al 1992, per la Democrazia Cristiana, finanche nei momenti peggiori, quando i motivi di dissenso con le élite democristiane non mancavano.
È molto probabile che una siffatta tendenza possa trovare conferma nelle prossime elezioni regionali primaverili, quando Puglia e Campania potrebbero riconfermare il quadro politico, rimanendo rispettivamente in quota PD e Casa delle Libertà.
L’talia, purtroppo, ha scoperto, in queste ultime settimane, di essere percorsa da un’immaginaria linea di confine, che la divide - appunto - in due aree distinte l’una dall’altra: la prima conservatrice, la seconda innovatrice.
D’altronde, non possiamo, invero, dimenticare che i fenomeni più dirompenti della politica nazionale dell’ultimo ventennio sono nati al Nord e, solo, in una seconda fase essi hanno trovato consenso nelle terre del Mezzogiorno: Forza Italia prima, l’Ulivo di Prodi poi sono attecchiti al di sopra del Po’ (Lombardia ed Emilia, rispettivamente) ed, in una seconda fase, hanno conquistato il voto copioso dei Meridionali, come ora sta accadendo al movimento neo-nazionalista di Salvini, nato sulle ceneri del Carroccio di Bossi.
Il Sud andrà, forse, al traino del Settentrione, dimostrando ancora una volta una capacità, meramente, gregaria rispetto alle grandissime novità, che sorgono a migliaia di chilometri di distanza?
Forse, per l’ennesima volta, le popolazioni meridionali subiranno una colonizzazione da parte di chi - non più in armi, fortunatamente - viene ad indicare il sentiero da percorrere per il prossimo ventennio?
Forse, i decisori delle sorti meridionali continueranno ad essere occulti centri di potere economico e politico, che, nati e radicati altrove, hanno interesse a fare del Sud, solo, una terra di conquista e di razzìe?
Nei prossimi mesi, non solo si decideranno le sorti della Seconda Repubblica, nell’auspicio che le riforme costituzionali ed istituzionali, più volte profetizzate, si concretizzino e portino reale beneficio all’Italia, ma in particolare si determinerà il futuro degli Italiani, che dovranno stabilire se voler essere compiutamente una nazione, dalle Alpi all’Etna, o se frammentarsi in feudi, signorìe e baronati di medioevale memoria, dove il notabile di turno gestirà un potere, di fatto, monocratico in forme - solo apparentemente - liberali, dato che il Sud è avvezzo, per lunga ed inveterata tradizione, alla cultura funesta del plebiscito, espressione di una volontà popolare tanto unanime, quanto democraticamente assai debole.
Rosario Pesce