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Se viene meno la partecipazione popolare…

Le elezioni regionali della scorsa domenica e le primarie di ieri, in Veneto e Puglia, hanno restituito un dato inequivocabile: i cittadini, per protesta, non vanno più a votare, sia che si tratti di elezioni generali, che di una competizione interna ad un partito. 
La mancata partecipazione, sia dell’altra domenica, sia del 30 novembre, si è consumata in modo particolare nelle regioni settentrionali, Veneto ed Emilia, dove la differenza, in termini percentuali ed assoluti, è notevole rispetto al dato statistico della tornata precedente. 
Fa impressione il Veneto, che ha visto andare al seggio, per le primarie del PD, solo quarantamila persone rispetto alle circa duecentomila, che, giusto un anno fa, avevano eletto Renzi Segretario Nazionale in occasione delle primarie dell’8 dicembre 2013. 
Intervistato dall’Annunziata, lo stesso Premier ha tentato di sminuire la portata politica di un fenomeno, davvero, inedito per l’Italia, visto che il nostro Paese ha sempre avuto una tradizione di partecipazione al voto, finanche nei momenti più tristi della storia recente, quando - ad esempio - incombeva sulle istituzioni democratiche il pericolo terrorista. 
La crisi economica, invero, ha un’importanza notevole nello spingere i cittadini verso l’astensione, ma, di per sé, essa non giustifica i numeri attuali, che sono invero spaventosi; se, infatti, i medesimi dati dovessero essere proiettati su scala nazionale, il prossimo Parlamento sarebbe eletto dalla metà degli Italiani, che, nel 2013, hanno votato per le Camere, attualmente, in carica. 
Il vulnus, dovuto all’astensione, rappresenta peraltro una grave ferita per la democrazia, perché, a maggior ragione in una congiuntura non facile, la classe dirigente dovrebbe essere confortata dalla legittimazione popolare, che si auspica sia la più ampia possibile. 
Invece, il dissenso verso le politiche governative si esplicita in un manifesto allontanamento dai seggi, che fa sì che l’Italia assomigli sempre più ai Paesi anglosassoni, dove si reca a votare meno del 50% degli aventi diritto. 
Percentuali, queste, che dovrebbero preoccupare coloro che occupano posizioni di potere e quanti aspirano a prenderne il posto: quale può essere il grado di legittimazione di un Presidente della Regione, che governa neanche con il 20% effettivo dei voti dei suoi concittadini, o quale può essere la forza di un candidato, che vince le primarie in virtù di una partecipazione pari ad un quarto di quella dell’anno precedente? 
Sono, questi, interrogativi a cui la politica deve dare una risposta, in quanto, se il Paese si allontanerà sempre più dalle istituzioni, si creerà un pericoloso deficit democratico, nel quale può inserirsi una formazione nuova, antidemocratica ed anti-europeista, che potrà conquistare il consenso di quanti, in queste ultime settimane, hanno preferito non recarsi al seggio. 
In quel caso, gli effetti sarebbero devastanti, perché la non-partecipazione di questi ultimi giorni si trasformerebbe in un’adesione esplicita al programma di chi promuove un messaggio volutamente anti-democratico e destabilizzante per l’apparato statale, nato dalla Costituzione del 1948. 
È ovvio che l’intero ceto politico – e non solo quello di Governo – deve farsi carico del problema, visto che il fenomeno dell’astensionismo danneggia tutti i partiti, proporzionalmente alla loro forza elettorale: più di tutti, quindi, deve fornire risposte il Presidente del Consiglio, che, invece, tende a sminuire il problema, godendo del risultato, che lo ha visto, finora, vincitore in tutte le realtà nelle quali si è andati al voto. 
È evidente che la sua soddisfazione è effimera e, molto probabilmente, nasconde una preoccupazione, che – per ragioni, anche, comprensibili – non mostra dinnanzi alle telecamere. 
È, però, necessario capire le ragioni profonde di un comportamento, che mai si era prodotto in queste dimensioni nella storia italiana, al fine di porre rimedio in tempi celeri, perché, qualora dovesse protrarsi l’astensione in occasione delle prossime elezioni - amministrative o nazionali che siano - la nostra democrazia sarebbe rappresentativa dei bisogni e degli interessi della stragrande minoranza degli Italiani e ciò non fa bene né allo Stato, né al Paese, che necessita di interlocutori legittimati da una piena e convinta adesione popolare. 
Forse, sarebbe opportuno allontanare dalla politica quanti la sporcano con atteggiamenti, sovente, al limite della legge? 
Forse, sarebbe giusto mettere mano ad un profondo rimpasto generazionale, per cui è venuto il momento, finalmente, che chi ha almeno due/tre legislature alle spalle consenta il ricambio? 
Forse, sarebbe lecito attendersi che il Presidente del Consiglio e gli esponenti partitici, più in generale, riprendano il dialogo con quegli Italiani con cui la comunicazione si è interrotta, purtroppo, già da qualche tempo? 
Forse, sarebbe necessario avviare un processo catartico, per cui, come ha fatto la Chiesa con l’individuazione per il soglio pontificio di Papa Francesco nel 2013, l’elezione quirinalizia di una personalità, fuori dagli schemi tradizionali e manifestamente amata dalla pubblica opinione, può riavvicinare i cittadini allo Stato? 
Ricordiamo che l’elezione di Sandro Pertini alla Presidenza della Repubblica nel 1978 consentì, in piena ondata terroristica, di ricollegare il Paese reale alle istituzioni, facendo sì che la fiducia dei cittadini nello Stato tornasse a livelli di accettabilità per una nazione moderna e sviluppata. 
Forse, un novello partigiano - schietto ed onesto, sia moralmente che intellettualmente - può essere in grado di resuscitare l’amore verso la Repubblica, che oggi appare gravemente carente? 
La politica, certo, non può tirarsi indietro e deve fornire risposte a quanti, dando un segnale inequivocabile, potrebbero - seguendo la scia di molti altri Italiani - decidere di disertare, definitivamente, i luoghi in cui viene a comporsi la libera volontà democratica. 



Rosario Pesce

 

 

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