Se Berlusconi ricatta Renzi…
La politica è un’attività seducente, perché, come nello sport, spesso gli equilibri cambiano mentre la partita è in pieno svolgimento, per cui chi sembra in una condizione iniziale di apparente vantaggio si trova, poi, ad essere in imbarazzo rispetto al suo antagonista.
L’esempio, che ci offre la cronaca degli ultimi due giorni, è estremamente chiarificatore in merito ad una dinamica simile.
Quando venne contratto il Patto del Nazareno, nello scorso mese di gennaio, Renzi era nel momento migliore della sua ascesa, subito dopo il voto delle primarie di dicembre ed un mese prima del suo insediamento a Palazzo Chigi; Berlusconi, invece, era stato appena espulso dalle Camere, per cui, perdendo lo scranno senatoriale, era assimilabile al pugile all’angolo, costretto a fare contrattazioni con i suoi avversari al ribasso, pur di continuare ad avere la cosiddetta agibilità istituzionale
Il voto emiliano della scorsa domenica ha, invece, capovolto la situazione: pur vincendo, Renzi ha dimostrato la sua fragillità, perché l’aver perso circa settecentomila preferenze, nella regione più rossa d’Italia, invero non lo avvantaggia nella dialettica quotidiana con i propri interlocutori-avversari.
Orbene, il Cavaliere, anche per riprendere l’onere dell’iniziativa, ha inaugurato stamane, in termini retorici, la campagna elettorale in vista del prossimo voto politico, che egli ritiene possa - comunque - svolgersi nella primavera del 2015.
La previsione berlusconiana può non essere fallace, dato che il Premier sarà interessato a chiedere lo scioglimento anticipato del Parlamento, se la via delle riforme costituzionali diverrà, ulteriormente, problematica ed irta di insidie.
Ma, le dimissioni di Napolitano, ormai date per certe, rappresentano l’elemento di vulnus nella prospettazione della tempistica, così come sarebbe stata gradita al Presidente del Consiglio.
È chiaro a tutti che Renzi, infatti, voglia arrivare al varo della nuova legge elettorale in tempi brevissimi, così da andare alle urne con un dispositivo, che gli garantirebbe il bonus di deputati e - dunque - la possibilità, nelle prossime Camere, di contare su una maggioranza salda e duratura.
Berlusconi, a cui non manca la malizia, né il suggerimento di consiglieri adeguati, evidentemente persegue un fine opposto: eleggere prima il nuovo Capo di Stato, che dovrà garantire non solo la buona riuscita del Patto del Nazareno, ma soprattutto dovrà essere una personalità, che non abbia mostrato in passato alcuna forma di ostilità nei riguardi del Cavaliere e dei suoi molteplici interessi commerciali ed aziendali.
Qualora il PD renziano mantenga la promessa, Berlusconi si dichiara, sin da ora, disponibile a dare poi i voti di Forza Italia per varare una legge, che agevoli Renzi nell’ascesa alla maggioranza assoluta dei seggi nel prossimo Parlamento.
In qualche modo, siamo in presenza della tipica fattispecie nella quale i contraenti di un patto non hanno fiducia l’uno dell’altro, per cui nessuno dei due ha intenzione di fare, per primo, ciò che è stato deciso comunemente, fin quando non è sicuro che l’altro mantenga gli impegni assunti.
In tale condizione, il debole è Renzi, perché il suo interesse ad avere un meccanismo elettorale, che gli dia almeno il 55% dei seggi della prossima Camera dei Deputati, è prioritario, se vuole ancora prolungare la sua carriera, finora fulgida, e la permanenza a Palazzo Chigi.
Infatti, qualora Berlusconi si tirasse indietro, si rischierebbe di andare a votare con il dispositivo varato dalla Consulta, che è un proporzionale puro con preferenza, per cui il PD renziano non avrebbe i numeri per ottenere la maggioranza assoluta dei consensi e, dunque, nel futuro Parlamento il Cavaliere sarebbe, ancora, decisivo per assicurare un Governo al Paese, a meno che Renzi non voglia stipulare un’alleanza con Grillo o Salvini, che – per ovvi motivi – è improponibile.
Come si nota, quindi, la condizione di forza dei due giocatori si è invertita rispetto allo scorso gennaio.
Evidentemente, regna un elemento di dubbio, che Berlusconi, da abile stratega, conosce bene: l’entità dei franchi tiratori.
Quanti, infatti, sia all’interno del PD, che di Forza Italia, sono pronti a non seguire le indicazioni delle rispettive Segreterie Nazionali, quando dovranno votare per il successore di Napolitano nel chiuso del catafalco di Montecitorio?
Il Cavaliere, molto probabilmente, ipotizza che l’emorragia di voti, in particolare, fra i parlamentari democratici possa essere altissima e, quindi, teme che si possa giungere all’elezione di candidati, esplicitamente, esclusi dal Patto del Nazareno, quali Prodi o Rodotà, che colpirebbero Berlusconi nei suoi interessi economici vitali, se avessero la chance di salire al Quirinale.
Pertanto, per avere la garanzia di non soccombere, egli abilmente ricatta Renzi, paventando il voto anticipato con l’attuale legge elettorale, se il Presidente del Consiglio non sarà in grado di garantire l’elezione di un Presidente della Repubblica non ostile a Mediaset, come può essere, invece, Giuliano Amato o Gianni Letta.
La partita, dunque, andrà sempre più complicandosi nelle prossime settimane, quando ci si accorgerà che i franchi tiratori, rispetto al merito dell'accordo Berlusconi-Renzi, potranno essere ben più dei famigerati centouno, che, nel 2013, impedirono l’elezione di Prodi, data per scontata, visto che si era in presenza della candidatura autorevole del fondatore ed ideatore del Partito Democratico.
Le schermaglie sono appena iniziate ed, invero, si svilupperanno per l’intero mese di dicembre, dal momento che è noto a tutti che Napolitano ratificherà le proprie dimissioni all’indomani del discorso di fine anno.
Frattanto, nei prossimi trenta giorni, in Parlamento si dovranno approvare definitivamente il Jobs Act e la legge di revisione della Costituzione, sia pure solamente in prima lettura: i timori e le ansie dei leaders comprometteranno accordi, che sembravano blindati, solamente, fino a pochi giorni or sono?
Quali saranno le ripercussioni sull’iter di approvazione della riforma costituzionale, che dovrebbe portare a quel monocameralismo - sventolato da Renzi come primaria conquista di democrazia - rispetto al quale le nostre riserve non mancano?
Certo, solo un giallista di professione può prevedere come finirà la vicenda istituzionale, che è appena agli inizi.
Sotteso a tutto ciò c’è, però, un dramma: i giochi di Palazzo rischiano di avvenire ai danni degli Italiani, che vedono crescere sia il tasso di disoccupazione, sia le tasse, meramente spostate dal livello nazionale a quello regionale e comunale.
Rosario Pesce