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La corsa per il Quirinale

Con la manifestazione di sabato, Berlusconi ha avviato la sua personale campagna elettorale per il Quirinale, sapendo bene che non è in grado di indicare il nome del successore di Napolitano, pur avendo la forza necessaria per far convergere i voti, che egli orienta, sul nominativo più gradito, che potrà garantire il Patto del Nazareno e le conseguenze istituzionali che, da quello, discendono. 
È ovvio, infatti, che la proposta spetterà a Renzi, il quale, essendo il Premier in carica ed il Segretario del principale partito nell’attuale Parlamento, ha l’obbligo di aprire le danze, fornendo un’indicazione, che abbia il consenso, innanzitutto, della sua parte e, poi, di quella berlusconiana, dato che è evidente la volontà di arrivare ad un nome condiviso con il Cavaliere. 
È, però, necessario fare un’osservazione: l’indicazione dell’inquilino prossimo del Quirinale dovrebbe essere fatta fuori dalla logica della mera conservazione del quadro politico attuale, perché chi ascenderà alla più importante carica dello Stato dovrà servire le istituzioni democratiche per un periodo temporale – sette anni – che va ben oltre la prospettiva di vita del Governo odierno e della medesima legislatura, che, a scadenza naturale, dovrebbe terminare i suoi lavori nella primavera del 2018. 
Pertanto, eleggere il Capo dello Stato in funzione degli interessi di un Esecutivo transeunte appare un’operazione improba e, soprattutto, discutibile in vista di ragioni di mera opportunità istituzionale: infatti, piegare l’elezione quirinalizia alla sopravvivenza di un Governo, nato in un momento straordinario, risponde ad una processualità che – ci pare – inverte grossolanamente le priorità logico-costituzionali. 
In un sistema parlamentare, come il nostro, l’elezione della suprema magistratura non dovrebbe rispondere a nessuna esigenza strettamente inerente al potere esecutivo, essendo lecito che intenda avere un respiro ben maggiore. 
Quindi, eleggere un garante del Patto del Nazareno, all’unico scopo di assicurare il Dicastero Renzi per il tempo maggiore possibile, obiettivamente risponde ad una strategia suicida per il Paese ed a-priori delegittimante per la stessa personalità, che dovesse essere indicata, unicamente, a tal fine. 
In questi mesi, intorno a Renzi, si è formata una rinnovata classe dirigente del PD, rapidamente ascesa ad incarichi governativi, che ha avuto il grande merito di svecchiare il personale politico, indipendentemente dai meriti individuali, che non sta a noi, certamente, discutere. 
Orbene, l’individuazione del Capo dello Stato non può, invero, avvenire con la medesima logica, dal momento che la Presidenza della Repubblica non è un incarico di parte, ma è l’espressione più alta del potere parlamentare, che trova radicamento nella dimensione pubblica dei rapporti e delle dinamiche, che coinvolgono le soggettività partitiche, espressive della volontà democratica. 
Pertanto, il Presidente, che si andrà ad eleggere, non solo non dovrà essere uomo né di Renzi, né di Berlusconi, ma soprattutto non dovrà avere - proprio come i parlamentari - nessun vincolo di mandato che potrebbe, qualche suo sponsor, essere tentato di affidargli implicitamente. 
Quindi, non si potrà chiedere al futuro inquilino del Quirinale di garantire Governi, che viepiù non hanno avuto il consenso del corpo elettorale, così come non gli si potrà chiedere di assicurare un processo riformatore, che non trovi conferma nell’espressione della piena volontà popolare, quando questa avrà modo di agire attraverso il voto. 
Forse, sarebbe opportuno iniziare a pensare che la campagna per il Quirinale non deve trasformarsi nell’occasione di conquista di spazi di agibilità politica da parte di questo o quel leader, questa o quella corrente partitica. 
Infatti, non si può non ipotizzare che il successore di Napolitano venga eletto da una maggioranza ben più ampia di quella che, reggendo le sorti dell’attuale Governo, è mossa dall’unico interesse – pur legittimo – di conservare lo status quo ante: logica, questa, rispettabilissima se fa riferimento ad istituzioni portatrici di un indirizzo di parte, ma ampiamente discutibile, quando la si vorrebbe applicare a magistrature, che sono patrimonio di tutti, maggioranza e minoranza, così nel Parlamento, come nel Paese. 
È opportuno, dunque, che le altre forze politiche, che non sono state protagoniste del Patto del Nazareno, si attivino per rovesciare una dinamica, che le potrebbe portare ad essere sempre più residuali nelle attuali Camere e che, soprattutto, qualora si concretizzasse, per la prima volta nella storia della Repubblica vedrebbe Palazzo Chigi in una posizione assai discutibile di forza rispetto al Quirinale. 
Si saprà eleggere, finalmente, un nuovo Presidente della Repubblica, che sia sottratto alle dinamiche contingenti della vita dell’Esecutivo? 
Le prossime settimane saranno molto importanti per il futuro italiano, visto che ci forniranno un’indicazione utilissima per saggiare l'effettiva qualità democratica della nostra Repubblica parlamentare, che sembra sottoposta ad attacchi – provenienti, invero, da più parti – tesi a modificare lo spirito costituzionale, su cui essa si è retta sin dal 1948. 


Rosario Pesce

 

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