Il futuro della Sinistra
Le elezioni della scorsa domenica pongono un problema rilevante: che fine ha fatto la Sinistra?
È evidente che il PD abbia perso una consistente mole di elettori, che non si sono riconosciuti nell’indirizzo renziano, volto a delegittimare il Sindacato e a creare le premesse per una svolta liberista nel Paese.
Questi cittadini, però, si sono rifugiati nell’astensionismo, per cui, alla Sinistra del PD, nessuna formazione ha tratto vantaggio dalla perdita di consensi del maggior partito del Centro-Sinistra.
Infatti, Sel ha a stento raggiunto il 3%, cioè la percentuale di voti, che essa tradizionalmente raccoglie, molto meno dunque di ciò che la lista Tsipras ha conseguito alle elezioni di maggio, quando, per effetto della candidatura sotto i simboli cari al leader greco, è stato oltrepassato il quorum del 4%.
È ovvio che un quesito sorge spontaneo: perché, in occasione del voto calabrese ed emiliano, non è nato nessun soggetto nuovo, in grado di ampliare l’area progressista grazie ai voti in libera uscita dal PD?
La protesta ha premiato, invece, un partito neo-nazionalista, come la Lega di Salvini, ma non ha contribuito a rifondare una formazione di “Sinistra-Sinistra”, come si dice in gergo.
Eppure, leggendo i dati delle indagini statistiche effettuate dopo il voto di domenica, si intuisce come una domanda di rappresentanza in tal senso sia presente nel corpo elettorale: esisterebbe un potenziale 10% di elettori intervistati, che prenderebbero in seria considerazione l’ipotesi di votare in favore di un partito progressista, che rimetta al centro del suo programma le esigenze dei lavoratori, vilipese e mortificate da Renzi e dall’approvazione, ormai prossima, del Jobs Act.
Una siffatto elettorato potenziale, però, non riesce a trovare una proposta politica ragionevole, nella quale identificarsi, per cui il dato di Sel rimane fermo ai suoi valori numerici tradizionali, che stentatamente le consentirebbero di entrare nel nuovo Parlamento, qualora la soglia per l’ingresso alla Camera venisse confermata fra il 3% ed il 4%.
Un valore, questo, che sottostima ampliamente la forza di un movimento di “Sinistra-Sinistra”, visto che la mobilitazione sindacale, già avviata nelle scorse settimane, porterà in piazza il prossimo 12 dicembre un numero di lavoratori e studenti, che si ipotizza superiore al milione e mezzo.
Pertanto, un limite c’è, se, a fronte di un’intenzione di voto ampia e diffusa, non si radica poi alcun movimento capace di intercettare la domanda di rappresentanza presente nel corpo elettorale, da Nord a Sud.
Forse, è un problema di leader?
Forse, la leadership vendoliana è, ormai, già vecchia, per cui, qualora si sostituisse il Presidente della Regione Puglia con un esponente più giovane e mediaticamente capace di penetrare il video, si riuscirebbe nell’operazione di tracimare i voti democratici verso la nuova sponda progressista, evitando che ricadano nell’astensione?
D’altronde, un pericolo c’è ed è molto forte: come in occasione delle scorse elezioni politiche del 2013, quando molti voti di Sinistra non andarono né a Bersani, né a Vendola, orientandosi verso la protesta, incarnata dal M5S, così nel prossimo futuro potrebbe ripetersi una dinamica analoga, andando a premiare un partito, però, nazionalista come la Lega.
Infatti, già un buon numero di voti, che - domenica scorsa - hanno consentito al Carroccio di ottenere il lusinghiero risultato, che conosciamo, provenivano da un’area sociale che, altrimenti, avrebbe votato per una forza progressista, portatrice di un messaggio di rottura con il PD renziano, se avesse trovato un interlocutore credibile, diverso dall’attuale classe dirigente di Sel.
Bisogna, perciò, rifondare un movimento, che sappia leggere il disagio degli Italiani e che sia in grado, poi, di dare un esito né moderato, né reazionario all’espressione delle difficoltà degli strati sempre più deboli della popolazione, che potrebbero – in caso diverso – ricorrere ad un voto gravido di effetti inquietanti, come quello che, in parte, si è orientato verso Salvini.
Esiste, forse, una classe dirigente rinnovata in grado di dar vita ad una soggettività, che, partendo comunque dalle esperienze di Sel e della lista Tsipras dello scorso mese di maggio, possa dare nuove speranze a chi, non riconoscendosi più nel PD, non intende invero votare per la Destra qualunquista, sotto qualsiasi veste essa appaia?
Il gruppo parlamentare di Sel è stato decimato dalla campagna acquisti, fatta negli ultimi mesi da Renzi, per cui non solo bisogna individuare il successore di Vendola a capo di un siffatto partito, ma è d’uopo ricostruire i quadri intermedi, che sui territori siano capaci di far sventolare di nuovo la bandiera rossa, laddove esistono ancora cuori che si emozionano nel vedere il simbolo di tante lotte dei decenni e dei secoli passati.
L’unico leader, che potrebbe sacrificarsi per permettere la nascita di un movimento simile, è Landini, ma è ben nota la sua ritrosia - legittima - nello scendere nell’agone partitico, dato che la sua attuale esperienza è finalizzata ad acquisire, nei prossimi anni, la guida della CGIL, visto che egli ha speso una vita intera per portare la Fiom ai vertici del maggiore Sindacato italiano e, a quanto pare, complice la crisi, sarebbe molto vicino alla meta prefissa.
Per cui, è giusto che, partendo dalle realtà territoriali, si rimetta in moto un processo virtuoso, evitando però gli errori del passato, quando molto spesso si è consumata la scissione dell’atomo, perché la volontà di ricostituzione di un movimento di lotta, peculiarmente di Sinistra, si è scontrata con ambizioni personali, che hanno creato solo divisioni e scissioni reiterate, grazie alle quali i partiti moderati e di Destra hanno costruito le loro fortune elettorali.
Crediamo, fermamente, che nel Paese sia necessaria e non solo auspicabile la nascita di un partito siffatto, ma sarebbe opportuno che il processo di creazione dello stesso proceda assai rapidamente, perché le scadenze elettorali non consentono ritardi, che poi non sarebbero compresi dall’elettorato interessato.
Rosario Pesce