Il futuro della minoranza democratica
Parlare della minoranza democratica è un mero auspicio: infatti, il dibattito di ieri sul Jobs Act e la conseguente procedura di voto hanno dimostrato ampiamente che, all’interno del PD, esistono diverse anime, che si contrappongono a Renzi, pur avendo una strategia molto differente le une dalle altre.
Tre sono stati gli orientamenti di chi si oppone al Presidente del Consiglio: alcuni, pur essendo in disaccordo, per disciplina di partito, hanno comunque votato a favore del provvedimento del Governo, come nel caso di Bersani; altri, insieme ai parlamentari di M5S, Forza Italia e SeL hanno invece deciso di astenersi, uscendo dall’Aula al momento della votazione; infine, alcuni hanno espressamente votato contro il nuovo dispositivo di legge, voluto fortemente dall’Esecutivo, come nei casi di Civati e Fassina.
Evidentemente, una siffatta diversità di atteggiamento non ha aiutato, in modo proficuo, il dibattito nel PD, perché, se la linea del Segretario Nazionale è prevalente negli organismi partitici, all’interno dei gruppi di Camera e Senato essa non ha la medesima forza, per cui sarebbe stato giusto che, concordando un comune modus agendi, fossero stati viepiù visibili agli Italiani l’imbarazzo ed il disagio della maggioranza renziana nel far passare una proposta legislativa, che modifica non poco la civiltà giuridica del nostro Paese, così come questa è nata negli anni ’70, con lo Statuto di Brodolini.
Anche, le interviste di oggi, riportate dalla stampa più accreditata, rimarcano una differenza di toni e contenuti fra gli esponenti della minoranza democratica: ad esempio, Bersani manifesta un pensiero molto moderato, visto che esclude a-priori una scissione nel PD, pur riconoscendo la distanza abissale esistente fra i renziani ed i non-renziani su materie qualificanti del programma di un partito progressista, come quelle relative al diritto del lavoro.
Invece, la Bindi ha parlato, espressamente, del rischio di scissione, arrivando finanche ad auspicarla, qualora Renzi dovesse decidere di intestardirsi nello scontro con i sindacati ed i corpi intermedi della società, rappresentativi di interessi diffusi, che corrono il rischio di non essere più tutelati, adeguatamente, nell’odierna società post-industriale.
Peraltro, la Bindi ha criticato, in modo molto aspro, ma anche lucido, il comportamento di Renzi, accusandolo di ricercare la divisione e non la convergenza e l’unione con tutti quei soggetti che dovrebbero, naturalmente, essere il punto di riferimento sociale di un partito che, con dignità, ambisca a definirsi di Sinistra.
Ovviamente, le schermaglie sul Jobs Act e quelle che verranno in seguito, quando si discuterà della legge elettorale, hanno un unico obiettivo: l’indebolimento del Premier, così da minarne la credibilità, quando nel prossimo gennaio, molto probabilmente, si voterà per il nuovo Capo di Stato.
È pleonastico sottolineare che la minoranza del PD mira a far saltare l’accordo fra Berlusconi e Renzi, eleggendo un successore di Napolitano, che non si faccia garante di un Patto, come quello del Nazareno, estremamente discutibile sia nei contenuti, sia nella sostanza politica ed imprenditoriale.
L’unico candidato, che la minoranza “dem” potrebbe sostenere con qualche chance di successo, è Prodi, qualora sia il M5S, sia Sel decidano di convergere sul nominativo del Prof. di Bologna, che è l’unica personalità, di cui Berlusconi ha effettiva paura, data la credibilità internazionale, che egli tuttora ha, sia a livello accademico, che istituzionale.
È evidente che, per parte loro, il Premier ed il Cavaliere hanno già concordato un nominativo di una personalità, invece, che non arrechi disturbo alla visibilità mediatica del Presidente del Consiglio e, soprattutto, si faccia garante del processo riformatore, avviato con la legge di revisione costituzionale, approvata solo da uno dei due rami del Parlamento, in prima lettura, nella scorsa estate.
Chi, come noi, partecipa con entusiasmo al dibattito non può che notare che, un tempo, i partiti, anche nel corso di contenziosi molto forti, al loro interno, fra componenti diverse, manifestavano una capacità di organizzazione che, invece, manca tristemente alle strutture “liquide” odierne, per cui diventa, davvero, inconcepibile ipotizzare che una minoranza, già in difficoltà, possa presentarsi così divisa ad un appuntamento politico importante, come il voto alla Camera sul Jobs Act, rischiando - quindi - di essere schiacciata dalla corrente maggioritaria, che ha l’interesse a correre verso le elezioni anticipate per liberarsi, definitivamente, della presenza di deputati e senatori riottosi.
Forse, manca un leader, che dia unità a gruppuscoli, che agiscono senza un disegno comune, che possa conferire loro forza e credibilità?
Forse, molti dei parlamentari della minoranza democratica sono dirigenti “senza popolo”, come si sarebbe detto un tempo?
O, forse, manca in alcuni di loro una volontà effettiva di detronizzare il Segretario Nazionale e di far cadere, dunque, il Governo per il timore che, andando ad elezioni anticipate, non possano essere riconfermati nel futuro Parlamento?
Rosario Pesce