Verso il voto anticipato…
L’esito delle votazioni alla Camera, in merito al Jobs Act, ripropone, all’indomani delle elezioni calabresi ed emiliane, una problematica, che ha acquisito ulteriore ridondanza per effetto del dato sconvolgente dell’astensionismo di domenica: la debolezza del Governo, che sorge dall’opposizione interna a Renzi, proveniente dallo stesso PD.
Infatti, le cifre della competizione regionale non possono che aver indebolito il Presidente del Consiglio, il quale, nonostante la sicumera, che ostenta in tv, evidentemente sa bene che l’aver perso circa ottocentomila voti, rispetto allo scorso mese di maggio, non può che rinfocolare la minoranza democratica, che, sull’approvazione del decreto in materia di lavoro, ha trovato una bandiera culturale ed ideologica, su cui è giusto che faccia sentire il peso della propria presenza.
Il provvedimento, tanto caro al Premier, infatti è stato varato dalla Camera solo con 316 voti favorevoli, cioè con una stentatissima maggioranza assoluta, dato che tutte le opposizioni, da quelle di Centro-Destra ai Grillini, si sono unite alla minoranza dem, uscendo dall’aula di Montecitorio al momento del voto, determinando così un esito, che mette a nudo le fragilità di un Esecutivo, che, per giocare su due tavoli - quello della maggioranza parlamentare e quello della maggioranza del Nazareno - rischia di perdere consensi sia alla sua Destra, che alla sua Sinistra.
È evidente che, quando il Jobs Act approderà al Senato, il voto sarà blindato dalla questione di fiducia, che il Governo porrà allo scopo di ridimensionare l’emorragia di voti all’interno dei gruppi vicini all’Esecutivo ed al fine di evitare lo stravolgimento di una legge, che rischia di divenire il canto del cigno di Renzi, dal momento che, dopo la sua approvazione, comunque scontata, è altissima la probabilità che si possa andare alle elezioni anticipate.
Infatti, Renzi dovrà, necessariamente, trovare una nuova forma di legittimazione, poiché lo stesso Patto del Nazareno sta scricchiolando: Berlusconi, intuita la capacità di acquisizione di consenso da parte di Salvini, si è già riposizionato, facendo intendere che cederebbe volentieri lo scettro della leadership del Centro-Destra al Segretario leghista, purché naturalmente venga riconosciuto il suo ruolo di Padre della Patria.
Posizione, questa, legittima, perché la ricerca di un successore del Cavaliere sembra aver prodotto i suoi benefici risultati, visto che è stato individuato un nome, come quello del leader della Lega, che obiettivamente vive un momento felicissimo, essendo divenuto un catalizzatore fortissimo di consensi, come lo era Renzi dodici mesi or sono e come lo è stato lo stesso Berlusconi fino a qualche anno fa.
Allora, il Patto del Nazareno, nella prospettiva di un voto anticipato, magari già nella primavera prossima, si mantiene in piedi solo in funzione dell’elezione del successore di Napolitano: è ovvio che al Cavaliere serve individuare il nome di una personalità che lo garantisca sia rispetto alle sue vicissitudini penali, che in merito agli interessi economici ed aziendali.
Se, infatti, la minoranza dem, Sel ed il M5S trovassero un nome condiviso, da contrapporre a quello che è stato, forse, già individuato da Berlusconi e Renzi, apparirebbe probabile un cambiamento sensibile della dinamica parlamentare, perché - come nel gioco dell’oca - si tornerebbe alla casella iniziale, cioè alla primavera 2013, quando Bersani e Grillo, se avessero concluso un compromesso utile sia per Palazzo Chigi, che per il Quirinale, la storia del Paese sarebbe cambiata, visto che l’allora leader del PD sarebbe divenuto Presidente del Consiglio e, soprattutto, non sarebbe mai iniziata la stagione dei Governi di Letta e, poi, di Renzi.
Quest’ultimo, comunque, è molto forte ancora nella pubblica opinione del Paese, ma ci appare che l’anti-renzismo sia divenuto più determinato ed incisivo, dopo il voto emiliano e calabrese: agli avversari del Premier non rimane che costruire un fronte veramente largo, che possa, pur nella differenza delle singole parti, marciare dritto fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Ormai, si è compreso che l’Italia nei prossimi anni sarà governata, comunque, da uno schieramento minoritario, viste le cifre dell’astensionismo, per cui - in tali casi - vince la minoranza più organizzata e, soprattutto, quella che riesce a creare un’unità intorno a sé più solida e duratura.
Finalmente, l’anti-renzismo di matrice progressista saprà sconfiggere il renzismo, mettendo da parte i motivi di dissidio e contrasto, che finora non hanno consentito ad un’area, potenzialmente maggioritaria in Parlamento, di esprimere l’indirizzo politico dominante nelle odierne Camere?
Rosario Pesce