Verso un’Italia lepenista?
Risulta evidente che il vero vincitore delle elezioni regionali, in Emilia ed in Calabria, sia Salvini, il quale, solo pochi mesi fa, aveva ereditato da Bossi una Lega, ormai, in una condizione di fortissima gracilità politica ed, ora, invece si trova ad essere il vero competitor di Renzi, dal momento che il suo è l’unico partito che acquista consenso.
È, peraltro, noto a tutti che la Lega di Salvini, nel corso dell’ultimo anno, ha tentato con successo di uscire dalla nicchia del ventennio precedente, rinunciando ad essere una formazione schierata in difesa, solo, di rivendicazioni meramente territoriali, e si sta configurando come partito nazionale, capace di prendere voti nelle regioni del Nord, ma anche in quelle del Sud, sia pure in misura inferiore.
Infatti, si è consumata una vera e propria trasformazione, invero molto interessante: una forza, che ha fatto del regionalismo la sua bandiera per due decenni, ha abbandonato il federalismo, divenendo una formazione manifestamente nazionalistica, che conquista voti, usando espressioni truci contro gli extra-comunitari, speculando dunque sulle paure, che gli Italiani hanno per la presenza, sempre maggiore, di cittadini di origini non autoctone sul nostro territorio.
La Lega si dimostra, dunque, cinica nel nascondere la sua antica matrice federalista, anche perché uno dei mali maggiori dell’ultimo decennio - le Regioni riformulate dal Titolo V della Costituzione nel 2001 - sono il frutto della sua propaganda ed, evidentemente, rappresentano il fallimento maggiore dell’architettura costituzionale, così come è stata rinnovata agli inizi del nuovo secolo.
Una Lega nazionalista, orbene, è in grado di conquistare voti, finanche, oltre la Linea Gotica ed, approfittando dell’assenza di una Destra filoeuropea e conservatrice nel nostro Paese, va ad occupare uno spazio politico, che le consente di poter essere, già oggi, il secondo soggetto italiano per numero di consensi, dopo il PD renziano.
La referente, a livello europeo, della Lega odierna è la figlia di Le Pen, cioè l’espressione più marcata del nazionalismo francese, la quale ha vinto le elezioni europee dello scorso mese di maggio ed, ora, è il punto di riferimento di tutte le formazioni che lanciano messaggi contro l’Europa e la moneta unica, in nome di un contenuto sciovinistico, che non ha - come in passato - uno spessore ideologico e culturale notevole, ma si alimenta, purtroppo, delle fobie dei cittadini del vecchio continente, le cui condizioni economiche peggiorano, di giorno in giorno, per effetto della crisi.
La storia insegna bene che, quando il quadro sociale diventa precario e vengono meno certezze, che si consideravano indistruttibili, la pubblica opinione inevitabilmente vira verso i partiti dell’Estrema Destra, che sono in grado di rassicurarla con una propaganda costruita ad arte per individuare nel “diverso” il capro espiatorio dei mali presenti.
Pertanto, se, fino a pochi anni fa, Bossi proclamava la necessità di dividere il Paese ed individuava nel Meridione il tumore, che andava rimosso, oggi Salvini ha cambiato profondamente registro, aspirando a conquistare proseliti, anche, al di sotto di Roma: non a caso, un messaggio nazionalista non può che dare unità ad una comunità, che, invero, uno spirito identitario non lo ha mai avuto, viste le origini – relativamente recenti – dello Stato unitario.
È ovvio che, approfittando dell’assenza di una Destra moderata ed europeista, Salvini potrà crescere ulteriromente nei sondaggi nelle prossime settimane, dato che il voto di protesta, finora, è andato interamente alla Lega, per effetto del contemporaneo indebolimento del M5S.
La domanda, che allora sorge spontanea, è questa: un voto di protesta potrà trasformarsi in voto di Governo?
Perché accada un evento simile, risulta pleonastico sottolineare come Salvini dovrà modificare il quadro delle alleanze, così come lo abbiamo conosciuto nel corso dell’ultimo ventennio.
Vista la progressiva scomparsa di Forza Italia, il leader della Lega, destinata ad essere il primo partito nelle regioni ricche del Nord, dovrà stipulare accordi ed alleanze con le forze della Destra meridionale: Fitto, Meloni sono detentori di fette di consenso, al di sotto del Garigliano, che potranno spingere Salvini al Governo, in una logica di alternanza rispetto al blocco di potere, costituitosi intorno a Renzi, Alfano ed allo stesso Berlusconi, che non può non identificarsi, almeno idealmente, nel nascente Partito renziano della Nazione.
Naturalmente, la nuova Destra, che ipotizziamo possa sorgere in futuro, sarebbe uno schieramento a tutti gli effetti di Governo, sia per la mole di consensi, che può muovere, sia per l’esperienza, che raccoglierebbe intorno a sé, dal momento che, nel Sud, intorno a Fitto in particolare, si verrebbe a radunare una classe dirigente, che non vuole morire per mano dei nuovi protagonisti istituzionali, che si affacceranno alle prossime elezioni regionali ed amministrative, lanciati da Renzi.
Per tal via, viene meno, di fatto, lo schema bipolare dell’ultimo ventennio, perché avremmo un’Estrema Destra vitale come non mai, un Centro renziano con i partiti satelliti di Alfano e Casini, ed una Sinistra, che è ancora tutta da costruire, dal momento che le proteste sociali e gli scioperi, finora proclamati dal Sindacato, non hanno trovato alcuna sintesi politica in un nuovo soggetto, che tarda - obiettivamente - a nascere.
Ci troveremmo, quindi, in una condizione analoga a quella della Prima Repubblica, anche se con cifre molto diverse; allora, la Destra neo-fascista, rappresentata dal Movimento Sociale, non andava oltre il 5-6%, mentre quella odierna di Salvini, Fitto e Meloni potrebbe avere, a livello nazionale, una percentuale di voti, finanche, superiore al 20% e, quindi, sarebbe una delle Destre anti-europeiste più forti del vecchio continente.
Pertanto, sarebbe opportuno che nessun esponente del PD sottovaluti l’esito delle elezioni emiliane, perché il campanello d’allarme è suonato in modo molto forte e chiaro.
Il rischio, altrimenti, è quello di ritrovare Marine Le Pen a dettare l’agenda del prossimo Esecutivo italiano e, certo, questa non è una prospettiva che ci affascina.
Rosaio Pesce