Se il PD cambia pelle…
Un sondaggio, pubblicato stamane da Il Corriere della Sera, restituisce delle informazioni preziose circa il panorama politico odierno: emergerebbe, infatti, che la situazione non è mutata, sostanzialmente, rispetto alle elezioni europee dello scorso mese di maggio.
Infatti, i valori elettorali delle forze principali del Paese sono, fondamentalmente, rimasti inalterati: il PD viene accreditato di una percentuale di consensi al di sotto del 40%; la Lega intorno all’8%; Forza Italia al 16%; M5S al 20% circa; l’estrema Sinistra al 5%, come la lista Tsipras a maggio; il Centro (NCD con UDC) al 5%.
Quindi, eccezion fatta per una lieve flessione del partito di Renzi in favore della Lega, nel corso dei sei mesi, trascorsi dal voto europeo ad oggi, nulla o quasi è cambiato.
Invece, interessantissimo appare il dato inerente alla geografia sociale degli elettori dei diversi partiti; ad esempio, dall’analisi, condotta con mezzi statistici credibili, emerge che il PD renziano perde consenso fra giovani, disoccupati ed impiegati pubblici, per guadagnare voti nell’area centrista, dove un tempo pescava Forza Italia.
Infatti, i nuovi elettori del Presidente del Consiglio (il 40% del totale del PD) sono per lo più liberi professionisti, dirigenti dello Stato ed imprenditori, cioè quell’elettorato, tradizionalmente, moderato che la Sinistra aveva sempre avuto difficoltà a conquistare.
Gli indirizzi governativi dell’ultimo mese, in materia soprattutto di Jobs Act e di politiche economiche, non possono che aver accentuato una dinamica simile, per cui Renzi perde viepiù voti fra le fasce popolari, per conquistarne fra quelle benestanti.
Una scelta, questa, costruita ad hoc da chi ha tentato – finora, con successo – di accreditarsi come punto di riferimento delle élites, sociali e produttive, dell’Italia del 2014, anche se una simile opzione presenta degli svantaggi evidenti.
Ogni scelta di campo determina, infatti, un segno “+” in una direzione ed, inevitabilmente, un “-“ nella direzione opposta: facendo il saldo fra il consenso conquistato e quello perso, prevarrebbe purtroppo quello negativo, se è vero che oggi, circa, il 2% in meno di Italiani voterebbe Renzi rispetto al famoso 40,8% del mese di maggio.
La stessa fiducia nel Premier è calata: in primavera, era al 60%; il dato odierno è al 54%, se si dà per credibile il sondaggio de Il Corriere.
Ma, l’analisi diventa preoccupante, se si analizza la componente sociologica sottesa a quelle cifre: un partito rappresentativo delle élites, anziché delle fasce meno abbienti del Paese, è destinato, nel breve-medio lasso di tempo, a perdere ulteriormente consenso, perché ineluttabilmente i notabili costituiscono un campione ridotto dell’intera stratificazione sociale del Paese, per cui, se notevole è il peso politico esercitato sulle scelte dell’Esecutivo, diventa ridotta la loro capacità numerica di sostegno al Governo nella cabina elettorale.
Pertanto, un partito moderato, quale si sta avviando ad essere il PD del nuovo corso renziano, è necessariamente un forza che realizza una corposa cura dimagrante rispetto al trionfale episodio della scorsa primavera, anche se, legandosi ai poteri forti dello Stato e dell’economia nazionale, può far riferimento a chi, nel Paese, vanta un maggior peso istituzionale.
Ogni scelta è legittima, ma deve essere coerente con le intenzioni iniziali: quando, nel mese di dicembre del 2013, la stragrande maggioranza dell’elettorato del PD si recò alle urne ed incoronò Renzi nuovo Segretario Nazionale, lo fece perché aspettava da lui un forte ricambio generazionale, pur nella continuità di politiche di stampo progressista.
A distanza di dodici mesi da quell’evento, le cose sono radicalmente mutate: il Segretario Nazionale del PD, divenuto frattanto Presidente del Consiglio ai danni di un compagno di partito, ha iniziato la ricerca sistematica del consenso moderato, mettendo in conto che, così facendo, avrebbe perso qualcosina alla sua Sinistra, in favore di Tsipras o, comunque, di quel soggetto che, nei prossimi mesi, vorrà dare inizio ad un’esperienza più compiutamente progressista.
Naturalmente, la scelta renziana ha prodotto i suoi frutti: il PD, a breve, diventerà il Partito della Nazione, cioè si trasformerà in una forza iper-moderata, che si identificherà a pieno con le istituzioni dello Stato, per cui diventerà il destinatario del consenso di quanti esprimono fiducia – critica in alcuni frangenti – al Governo.
Ma, crescerà - frattanto - sempre più il dissenso, che potrà essere irreggimentato in un solco di Sinistra o di Destra, in base alle opportunità del momento e, soprattutto, tenendo conto delle capacità del leader, che saprà meglio speculare sulla povertà e sul disagio dei ceti meno abbienti.
A queste forze sociali, più o meno organizzate, chi saprà dare una risposta? Grillo? Salvini? Vendola? Della Valle? Meloni? Un neofita, ancora, non comparso?
Nasce, dunque, un problema forte: il partito del 40%, circa, degli Italiani saprà confrontarsi con il dissenso radicale?
D’altronde, per governare un Paese, non basta il 51% dei voti e dei seggi, ma spesso è necessaria un’investitura molto più ampia, che vada ben oltre i ristretti confini di partito.
Lo ha insegnato mirabilmente la DC, che, finanche quando era forte almeno quanto il PD attuale, ha sempre cercato di allargare la base sociale del consenso, per cui chiedeva, in Parlamento, la collaborazione delle forze minori – laiche e socialiste – e, quando queste non bastarono più, come ai tempi dell’esplosione del terrorismo rosso e nero, la Democrazia Cristiana ebbe la lungimiranza di chiedere il giusto sostegno al Partito Comunista, intuendo che, per governare la complessità, sono necessarie strategie inclusive e non metodi che portano alla rottura e alla divisione, tanto più quando una fetta cospicua della popolazione nazionale rischia di non dare un futuro né a sé, né ai propri figli, a causa della crisi dilagante.
Renzi, invece, pur avendo natali politici di segno democristiano, ha finora applicato un metodo di gestione ben diverso, ricercando lo scontro sia con i sindacati, che con taluni corpi intermedi della società, a cui non dà tuttora il giusto peso, che essi meriterebbero nella conduzione di una nazione problematica, come la nostra.
Dove andrà a parare, con una simile strategia, il nostro Presidente del Consiglio?
L’Italia non può certo essere governata, nel XXI secolo, con i medesimi strumenti di Tambroni, tipici dell’immediato Secondo Dopoguerra?
Dirigere il Paese da Sinistra, utilizzando politiche manifestamente di Destra, può essere un utile rimedio per una ben precisa e limitata contingenza storica, ma diventa poi pericoloso, se diventa il leitmotiv per molti mesi o anni, perché, alla fine, si rompe il trait d’union non solo con la propria base elettorale tradizionale, ma si rischia di entrare in cortocircuito con il Paese reale, quello che, ogni mattina, lavora, produce ed aspira ad avere un po’ di tranquillità sociale, che invece manca, visto che i dati sconfortanti della crisi erodono i salari e consumano le migliori prospettive di vita, prima ancora che queste possano consolidarsi e dare i frutti sperati.
Pertanto, sarebbe auspicabile che Renzi riflettesse su quanto, oggi, ha pubblicato Il Corriere della Sera, perché da quel sondaggio viene fuori un campanello d’allarme per chi, salito a Palazzo Chigi per riformare lo Stato, sta per divenire espressione di una visione non compiutamente partecipativa della politica, che venne coltivata in Italia negli anni Cinquanta, quando però la pubblica opinione non era, ancora, così informata sulle vicende della vita pubblica, come lo è oggi.
D’altronde, se molto celermente sono stati raggiunti i livelli più importanti di rappresentanza statuale, altrettanto rapidamente si rischia di perdere ogni traguardo, tanto più quando i media hanno contribuito, in modo decisivo, a costruire una leadership, che finora non ha portato i risultati sperati.
Renzi ne è cosciente?
Cambierà, finalmente, verso ai suoi comportamenti concreti e alle politiche, finora adottate ed espressione di un elitarismo, invero, inadeguato a dare la più giusta soluzione alle problematiche dell’oggi?
Sono, questi, interrogativi che si pongono gli analisti, ma è opportuno che, anche, la pubblica opinione non specializzata possa esprimere il proprio autorevole parere, dato che ad essere in gioco sono i destini delle prossime generazioni e - senza retorica - l’idea stessa che il Paese possa avere - nel contesto internazionale attuale - un futuro, almeno, dignitoso.
Rosario Pesce