La fine di un partito
Il 12 novembre 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, finì l’esperienza storica del Partito Comunista Italiano, che era iniziata molti anni prima, a seguito della scissione di Livorno del 1921.
Infatti, gli accadimenti, che segnavano la cronaca internazionale, spingevano il Segretario Nazionale del PCI, Achille Occhetto, a dare inizio ad un processo, che molto probabilmente avrebbe dovuto avviarsi già molto tempo prima, visto che, sin dai fatti praghesi del 1968, i Comunisti italiani si erano distinti da quelli Sovietici, per cui non era opportuno che il medesimo nome potesse, ancora, accomunare gruppi dirigenti, che poco o nulla potevano condividere.
L’azione, messa in essere da Occhetto, comunque determinò molte polemiche, visto che un gruppo di intellettuali e dirigenti ritenevano che non avesse senso il cambio di nome e che, soprattutto, il fallimento del Comunismo orientale non dovesse indurre i Comunisti a rinunciare ad una nobile tradizione, che aveva segnato più di mezzo secolo della storia italiana, con grandi successi, ma anche con sconfitte cocenti, come quella nelle elezioni politiche del 1948.
La strada, tracciata da Occhetto, era però la più giusta ed opportuna, dato che essa determinava, di fatto, l’adesione dei Comunisti italiani all’area socialdemocratica, che essi invece avevano duramente contestato per decenni, e con cui in Italia, in particolare, poco o nulla volevano condividere, dal momento che l’alfiere della socialdemocrazia era, in quel momento, Bettino Craxi, che - negli anni precedenti – ne era stato il più fiero nemico, invero molto più duro nei rapporti con i Comunisti di quanto non lo fossero stati i Democristiani, alcuni dei quali avevano avuto, finanche, rapporti di organica collaborazione con il PCI, almeno fino all’omicidio di Aldo Moro.
La fine del PCI presentava un carattere di ineluttabilità, dato che, in tutta Europa, i regimi marxisti avevano determinato una reazione durissima contro loro stessi, che si concretizzò solo nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino ed il crollo del regime moscovita, causato in gran parte dall’azione riformatrice di Gorbaciov.
In Italia, però, il Comunismo, distinguendosi da quello sovietico, ha avuto grandi meriti nell’affermazione e nel consolidamento del processo democratico fino agli anni Settanta, anche se, dopo quella data, l’esistenza di un Partito Comunista, molto più importante ed elettoralmente imponente di quello Socialista, fu un elemento fortissimo di conservazione del quadro istituzionale.
Gli Italiani, infatti, pur essendo sempre più lontani dalla Democrazia Cristiana e dai suoi metodi discutibili di gestione del potere, erano obbligati a votare per il partito dello Scudo Crociato, perché era evidente che i Comunisti non potessero andare al Governo in un Paese filo-americano e non filo-russo.
Un siffatto elemento fu compreso, in modo lucido, da Craxi, il quale, consolidando il rapporto con la DC ed attaccando i Comunisti quotidianamente, acuiva la crisi di un partito, come il PCI, che dal 1984 in poi perdeva copiosi consensi ad ogni tornata elettorale, diventando una formazione sempre più invisa, finanche, a quegli ambienti progressisti che, pure, l’avevano votata per decenni.
Quindi, l’atto coraggioso di Occhetto venne in forte ritardo, benché fosse auspicato da molti all’interno stesso del PCI: non dimentichiamo che la componente migliorista, capeggiata negli anni ’80 dall’attuale nostro Capo di Stato, aveva rapporti consolidati con i Socialisti e spingeva perché i Comunisti giungessero, finalmente, a sposare un progetto di società molto più vicino alle esigenze rinnovate del contesto temporale, ormai lontano anni luce dalle rivendicazioni frontiste degli anni ’40 e ’50, cui era ancora legata buona parte dell'allora gruppo dirigente del PCI.
Occhetto stesso pagò un prezzo altissimo per aver osato rompere con una tradizione pluridecennale: egli, infatti, nel corso del Congresso della Bolognina, non venne eletto Segretario della nuova formazione, il PDS, per cui fu necessario un passaggio in Direzione, perché potesse essere proclamato ai vertici del nascente partito, che – per non confondersi con il PSI craxiano – evitò di chiamarsi Socialista, pur essendo quello l’aggettivo più idoneo per una forza che abbandonava il Comunismo e dichiarava di riconoscersi nell’area culturale della socialdemocrazia europea ed occidentale.
Evidentemente, la nascita di un partito modernamente socialdemocratico avrebbe posto ai dirigenti ex-comunisti il problema dell’ascesa al potere in un Paese, come il nostro, nel quale essi erano sempre stati all’opposizione, visto che la DC aveva governato ininterrottamente l’Italia dal 1948, contando sull’alleanza, di volta in volta, con i partiti laici (PRI e PLI) e socialisti (PSI e PSDI).
L’occasione buona, per andare al Governo, si presentò nel 1994, quando, caduta la Prima Repubblica, il PDS era l’unico partito organizzato, reduce dalla storia precedente, ad aver conservato una struttura sull’intero territorio nazionale, che gli consentiva di presentarsi all’elettorato con un consenso, potenzialmente, maggioritario.
L’ascesa, però, di Berlusconi ed il coagulo di forze, che egli seppe creare intorno a sé, mettendo insieme ex-socialisti, ex-democristiani, ex-fascisti e leghisti, fecero sì che l’appuntamento con la storia dovesse essere, per gli ex-comunisti italiani, rinviato ancora una volta.
La scelta scellerata di non coalizzarsi con il PPI e con Mariotto Segni, in particolare, costò ad Occhetto la vittoria e, dunque, la Segreteria Nazionale del suo partito, che sarebbe arrivato al potere solo nel 1996, quando l’intuizione dalemiana di un’alleanza con l’area progressista dell’ex-DC fece sì che il PDS ed il PPI si riconoscessero nella candidatura al Premierato di Romano Prodi.
La storia successiva è quella ben nota della Seconda Repubblica, a cui sta ponendo fine chi, nei mesi scorsi, con grande scaltrezza ha rottamato i residui del gruppo dirigente della Bolognina, che, alle elezioni del 1994, aveva affiancato Occhetto dopo lo strappo dalla tradizione comunista.
I vari D’Alema, Violante, Veltroni, Fassino oggi, infatti, interpretano – loro malgrado – il ruolo che, all’epoca, fu di Magri, Natta, Ingrao, Tortorella, Pajetta, cioè di chi, per ragioni anagrafiche o ideali, è ormai fuori dal contesto storico in cui vive e non può più aspirare a contrassegnare l’azione politica presente e futura.
Renzi, però, al contrario di Occhetto, è riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi, pur non passando attraverso il vaglio elettorale: riuscirà a vincere la scommessa del voto, quando – prima o poi – dovrà legittimarsi con il voto popolare?
O, forse, la maledizione, che ricade sui rappresentanti della tradizione comunista, riguarderà anche lui, che proviene da un humus culturale assai diverso e di segno moderato?
Ci piace pensare che i ricorsi vichiani possano risparmiare il PD odierno dalle tragedie, che invece hanno segnato, profondamente, la storia del PCI e dei partiti nati dalle sue trasformazioni progressive.
Se così non fosse, l’Italia ricadrebbe mestamente nelle mani di una Destra, finanche, peggiore di quella berlusconiana, che - per venti anni - ha sbarrato la strada alla compiuta vittoria degli eredi di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer.
Rosario Pesce