Quelli del Nazareno…
La politica, molto spesso, segue delle dinamiche che sono - invero - straordinariamente incredibili, visto che invertono la logica comune e la prassi quotidiana.
Infatti, nel caso di specie del nostro Paese, si assiste – ormai, da un anno circa – all’esistenza di due maggioranze - una che regge il Governo e l’altra che fa le riforme - le quali dovrebbero essere, rigorosamente, alternative fra loro: eppure, esse collaborano assai diligentemente, per cui l’elettore ed il cittadino, che leggono la cronaca parlamentare, non possono non rimanere sbigottiti.
Il Patto del Nazareno, cioè l’accordo che tiene uniti Berlusconi e Renzi, sin dallo scorso mese di gennaio, costituisce il classico esempio di un rapporto anomalo, forse contro-natura: nato per ipotizzare un percorso riformatore, che desse una svolta alla legislatura, esso è divenuto progressivamente il vero, se non unico, fatto sostanziale della vita istituzionale, in quanto condiziona in modo importante la vita del Governo, pur essendo uno dei suoi contraenti una forza, formalmente, posta all’opposizione rispetto all’Esecutivo.
I contorni del Patto sono, ancora, molto vaghi: è evidente che chi detta le condizioni sia il Presidente del Consiglio, il quale ha ottenuto dal suo sfidante-alleato l’accettazione di condizioni, anche in sede di varo della riforma elettorale, che, qualche anno fa, non avrebbe ottenuto così facilmente.
Non si riesce, pertanto, a capire quale sia il vantaggio politico per Berlusconi, che si sta dimostrando così arrendevole al cospetto di un interlocutore, che dovrebbe essere il suo principale avversario.
Si sospetta, da più parti, che il Cavaliere abbia chiesto ed ottenuto, in cambio del suo sostegno al progetto renziano, un aiuto per il proprio gruppo imprenditoriale, che, alla pari di qualsiasi grande azienda del Paese, necessita di un rapporto sistematico con l’Esecutivo, che - in qualche modo - ne può favorire le fortune economiche.
Giorno dopo giorno, si sta evidenziando, però, come gli interessi dell’imprenditore siano sempre più lontani da quelli del leader di partito: infatti, qualora rispondano al vero – anche solo in parte – le insinuazioni circa i vantaggi derivanti per Mediaset dall’atteggiamento collaborativo di Berlusconi, è ovvio che il Cavaliere sta sacrificando, consapevolmente, Forza Italia sull’altare del futuro imprenditoriale del proprio trust, che rappresenta - nonostante la brillante carriera nelle istituzioni, fatta nel corso dell’ultimo ventennio - il frutto migliore, comunque, della sua attività professionale ultraquarantennale.
D’altronde, come è noto, tutti gli Italiani hanno almeno una famiglia, cui rendere conto del proprio operato, ed evidentemente gli eredi del Cavaliere non possono non essere interessati alle sorti di Mediaset, cui danno assoluta priorità, visto che ritengono scontato che il genitore, avanti negli anni, non abbia più alcuna prospettiva di crescita all’interno delle istituzioni statuali, dalle quali è stato espulso per effetto dell’applicazione del dettato della legge Severino.
Pertanto, il baratto – reale o presunto che sia – fra gli interessi economici di Mediaset e quelli, di natura politica, dell’interlocutore governativo è, ai loro occhi, più che legittimo.
Non è, invece, ragionevole l’atteggiamento di chi, dando voce alle posizioni della Destra da decenni nel nostro Paese, non si è reso conto che, seguendo fino in fondo il Cavaliere, di fatto lascia l’elettorato centrista nelle mani di Renzi, il quale diviene sempre più il punto di riferimento di quanti prima votavano per Berlusconi ed, oggi, orfani di un referente partitico qualificato, non possono non sostenere chi, in modo abile e malizioso, ha preso il posto del Cavaliere negli indici di gradimento dell’opinione pubblica moderata italiana.
La Destra, dunque, si consegnerà al PD renziano, in cambio di un eventuale sostegno alle aziende del suo ex-leader?
È, questo, il vero interrogativo dei prossimi mesi, dato che la concretizzazione di qualsiasi Patto o forma collaborativa fra forze opposte deve essere funzionale alla rimodulazione, nel panorama parlamentare del Paese, delle due aree tradizionali dell’elettorato, conservatrice e progressista.
Se una delle due, invece, è indotta a scomparire, pur di portare a termine un processo riformatore articolato e problematico, rischiando di essere fagocitata dall’altra, è chiaro che viene meno un equilibrio essenziale e lo spazio lasciato libero, in tal caso, dalla Destra filo-europea e moderata – qual è stata, finora, quella berlusconiana – può essere occupato da uno schieramento di segno ben diverso, certamente populista ed anti-europeo.
Il Patto del Nazareno, dunque, avrebbe due conseguenze politiche non auspicabili: il venir meno, innanzitutto, della più corretta dialettica, nel Parlamento odierno, fra maggioranza ed opposizione ed il configurarsi, poi, di una prospettiva inquietante, per la democrazia italiana, nella futura Assemblea di Montecitorio.
Quindi, anche gli Italiani ed, in particolare, il sistema democratico corrono il rischio di pagare un prezzo altissimo a causa del Patto del Nazareno.
Forse, non sarebbe più opportuno che, per avviare un giusto processo riformatore, non tacciabile in alcun modo di essere foriero di compromessi oscuri ed incomprensibili alla maggioranza dei cittadini, si ritorni subito alle urne, finanche ipotizzando di conferire un potere espressamente costituente al futuro Parlamento, così come si fece nel giugno del 1946?
Probabilmente, l’iter delle riforme costituzionali, qualora fosse ratificato dal popolo sovrano attraverso un preventivo voto, non potrebbe che rafforzare la nostra democrazia, che altrimenti può essere indebolita da accordi, le cui ricadute possibili sono ignote agli stessi protagonisti, che li avrebbero contratti in nome - talora - di interessi non strettamente di natura politico-istituzionale.
Rosario Pesce