Una favola moderna
A volte, gli attori della politica si muovono sul proscenio istituzionale alla medesima maniera dei personaggi delle favole, che – come da consuetudine – terminano con la frase per cui tutti vissero felici e contenti.
A quanto pare, sembra che la vicenda, inerente alla riforma della legge elettorale, possa concludersi esattamente alla medesima maniera: infatti, i rappresentanti di tutti i principali partiti, presenti nell’odierno Parlamento, non possono non ritenersi soddisfatti dell’esito della revisione della bozza di legge, che andrà a modificare il meccanismo di voto in vista delle prossime elezioni politiche.
Ognuno dei soggetti partitici può rivendicare un motivo per essere felice: innanzitutto, il PD può gioire per l’introduzione di un premio di maggioranza, che sarà attribuito al partito - e non alla coalizione - che avrà raggiunto la soglia minima del 40%.
In tal modo, Renzi, in caso di vittoria, non dovrà dividere con nessuno i 340 deputati, che saranno attribuiti a chi avrà vinto, al primo turno, con il quorum suindicato.
Parimenti, possono ritenersi soddisfatti il Movimento di Grillo e la minoranza democratica, vista la battaglia fatta per l’introduzione della preferenza; anche se solo in modo parziale, i deputati dovranno essere eletti con la preferenza espressa dagli elettori, mentre unicamente i capilista per ciascuna circoscrizione saranno nominati ex-lege, visto che per loro funzionerà, ancora, il meccanismo tipico della lista bloccata.
Contentissimi saranno i piccoli partiti, dal momento che il testo, che sarà portato all’attenzione della Camera, prevederà che la soglia di accesso in Parlamento sia al 3%, mentre la versione, approvata in agosto dal Senato, fissava un consenso dell’8% come conditio sine qua non per l’ingresso in Parlamento.
Per effetto di tale variazione, le principali formazioni minori hanno – almeno, potenzialmente – la possibilità di non rimanere fuori dalla prossima Camera dei Deputati, visto che sia Alfano, che Vendola sono – in sede di previsione – accreditati del 3% dei voti, sia da soli, che - a maggior ragione - in alleanza rispettivamente con altre forze centriste o di Sinistra.
L’unico, che non può dichiararsi contento pienamente dell’esito delle trattative, è Berlusconi, dato che sua intenzione era quella di impedire l’introduzione sia delle preferenze, che di uno sbarramento troppo basso, al fine di regolare i conti con quanti – Alfano, soprattutto – lo hanno tradito nel corso della legislatura attuale.
Nonostante i suoi desiderata non siano stati esauditi, però, il Cavaliere diligentemente non farà mancare il proprio consenso, quando si andrà ad approvare il futuro meccanismo di voto, a dimostrazione del fatto che il Patto del Nazareno, molto probabilmente, non vanta solo un oggetto squisitamente istituzionale, ma fa riferimento a condizioni extra-politiche, che possiamo immaginare, ma non conoscere in modo completo ed esaustivo.
È ipotizzabile, ad esempio, che Renzi abbia promesso qualche aiuto fiscale a Mediaset in cambio del sostegno di Forza Italia, in materia sia di revisione della legge elettorale, che di riforma della Costituzione?
D’altronde, nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama, gira voce che Renzi e Berlusconi avrebbero trovato un accordo sul prossimo ticket per il Quirinale: Veltroni sarebbe il futuro Capo di Stato, visto che fra quelli della vecchia guardia del PD è l’unico a non aver fatto la guerra al Presidente del Consiglio, mentre Gianni Letta, factotum del Cavaliere, andrebbe a ricoprire il delicatissimo incarico di Segretario Generale del Quirinale: funzione, questa, che si addice ad un moderno Richelieu dello Stato italiano.
Se così fosse, la politica, nonostante i sussurri e le urla degli ultimi mesi, diventerebbe una dimensione deamicisiana, nella quale i soggetti, che hanno un minimo potere contrattuale nelle odierne Camere, sono capaci, per effetto di sofisticate strategie ricattatorie, di ottenere le condizioni di legge, che garantiscono loro la sopravvivenza e, dunque, la rielezione nel prossimo Parlamento, la cui nascita potrebbe avvenire subito dopo il varo del nuovo meccanismo di voto, dato che l’approvazione della legge elettorale - qualunque essa sia - delegittimerebbe definitivamente un’Assemblea, già oggi costruita su equilibri costituzionali molto precari.
Bisognerà capire, però, se la felicità dei leaders di partito per il pericolo sventato coincide con quella dei cittadini, dal momento che l’acuirsi della crisi economica non può non rimarcare il carattere, meramente, autoreferenziale di un Parlamento che, finora, ha consumato circa sei mesi del suo prezioso lavoro per giungere ad un accordo unanime su un meccanismo elettorale, che potrebbe - nei prossimi anni - essere dichiarato incostituzionale dalla Consulta, come già è successo con quello utilizzato in occasione del voto del febbraio 2013.
Forse, una volta ancora, Cappuccetto Rosso, cioè il popolo italiano, è vittima del lupo cattivo, rappresentato dall’odierna partitocrazia?
Rosario Pesce