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Verso il toto-nomine…

Con l’annuncio delle dimissioni, ormai prossime, del Capo di Stato è iniziato il toto-nomine, per cui, nei vari talk show televisivi, si parla solamente dei probabili candidati alla Presidenza della Repubblica e delle maggioranze parlamentari, che dovrebbero eleggerli. 
È evidente che, sebbene fosse nota l’intenzione di Napolitano di dimettersi entro la conclusione del mandato europeo dell’Italia, la notizia della sua rinuncia anzitempo al mandato presidenziale ha messo in agitazione l’intero quadro politico ed istituzionale del Paese, perché tutti intuiscono che la permanenza dell’attuale Capo di Stato al Quirinale costituiva un elemento di indubbia garanzia per gli equilibri, che si sono venuti a formare nel corso degli ultimi diciotto mesi. 
Appare, altrettanto, scontato che le maggioranze, che potranno eleggere il successore, possono essere soltanto due. 
Il PD insieme a Forza Italia è in grado di eleggere un nuovo inquilino del Palazzo, che fu un tempo residenza papalina, che prosegua in continuità il lavoro iniziato da Napolitano, rinsaldando la posizione di Renzi a Palazzo Chigi, finanche attraverso un ricorso anticipato alle urne, ovvero un’eventuale maggioranza PD-M5S, molto più improbabile invero, può nominare al soglio più autorevole della Repubblica alcune delle personalità, i cui nomi già circolarono nel 2013, quando invece venne riconfermato il Presidente in carica. 
È ovvio che i due schemi sono rigorosamente alternativi fra di loro, anche se entrambi numericamente possibili, dal momento che, nel segreto delle urne, in entrambi i casi verrebbero convogliati i voti delle forze minori, che sarebbero attratte da dinamiche di consenso molto ampie ed articolate. 
Certo è che l’annuncio delle dimissioni del Presidente, fatto dai giornali e confermato poi da fonti ufficiali, terrà l’Italia in una condizione di instabilità per i prossimi due mesi: infatti, nei futuri sessanta giorni, non si parlerà di altro che dei candidati, più o meno virtuali, che potranno essere protagonisti dell’agone elettorale, che si svolgerà in Parlamento, quando verranno convocate le Camere per procedere all’elezione della massima magistratura del nostro ordinamento. 
Il clima di incertezza, che consegue, invero non fa bene al nostro Paese ed alla sua immagine internazionale, visto che, ovviamente, si creeranno delle fibrillazioni all’interno dei partiti, che avranno ripercussioni sull’iter legislativo dei decreti e disegni, che saranno in discussione nelle settimane che ci dividono dal voto per il Quirinale. 
Appare pleonastico rimarcare come il varo della nuova legge elettorale e la riforma della Costituzione saranno condizionati dagli sviluppi delle vicende presidenziali, perché l’elezione del successore di Napolitano costituirà un fondamentale banco di prova sia per la tenuta del Patto del Nazareno, che per l’eventuale consolidamento di un rapporto più stretto fra ambienti del PD ed il Movimento grillino. 
Nelle settimane, che ci separano dal voto per la Presidenza della Repubblica, potremo dunque assistere a colpi di teatro e ad eventi, anche imprevisti, che cambieranno la scena assai rapidamente, per cui torneranno in corsa protagonisti, che pensavamo – invece – fossero definitivamente fuori gioco dopo l’ascesa di Renzi e l’avvento del furore rottamatore, che a lui si è accompagnato. 
Non potremo fare altro che assistere ai giri vorticosi, che la dinamica parlamentare sarà in grado di indurre, sperando che, questa volta, si possa effettivamente realizzare un cambiamento virtuoso, che dia stabilità alle nostre istituzioni. 
D’altronde, Napolitano si dimette in largo anticipo rispetto alla conclusione naturale del suo mandato, perché gli obiettivi, prefissati all’atto della sua riconferma nella primavera del 2013, non sono stati raggiunti, con grave detrimento per l’immagine internazionale dell’Italia, che - a tutt’oggi - non è stata in grado di darsi una legge elettorale che consenta la nascita di Governi capaci di durare per l’intero arco quinquennale di una legislatura. 
Se la scommessa di Napolitano non sarà vinta, neanche, da chi ne prenderà il posto, allora il nostro amato Paese rischierà per davvero di entrare in un vortice, da cui non potrà non uscire con gravissimi danni, sia in termini istituzionali, che di credibilità all’estero. 


Rosario Pesce

 

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