La sconfitta di Obama
Le elezioni di medio termine, svoltesi ieri negli Stati Uniti, restituiscono dei risultati che segnano, in modo palese, la sconfitta di Obama, visto che il suo partito perde seggi sia al Senato, che alla Camera, consegnando la maggioranza al Partito Repubblicano, che consegue una vittoria senza precedenti nella storia statunitense.
Interrogarsi sulle ragioni di un risultato siffatto è esercizio non facile, dato che la lezione, subìta dal Presidente americano, avrà ripercussioni non solo su quel Paese, ma soprattutto sull’Europa, che negli ultimi anni pure ha fatto i conti con le conseguenze di talune scelte nefaste dell’Amministrazione degli Stati Uniti.
Innanzitutto, è evidente che la politica estera condotta da Obama abbia determinato risultati scadenti, visto che la conflittualità in Medio Oriente è stata notevolmente accresciuta ed, in particolare, sono stati armati i nemici più efferati dell’Occidente.
Infatti, nel corso degli ultimi quattro anni, non solo la conflittualità non è diminuita, ma tutti gli obiettivi, che gli Usa si erano dati, non sono stati tragicamente raggiunti: la Siria è ancora saldamente nelle mani della dinastia, che la governa da oltre trent’anni; i confini fra la Turchia e la Siria sono sempre più mal sicuri e gli integralisti dell’Isis sono pronti a sferrare l’attacco a postazioni occidentali di rilevante interesse economico.
Si può dire, senza timore di smentita, che gli indirizzi della politica di Obama siano stati un vero e proprio fallimento, dal momento che - finanche - l’Amministrazione Bush, puntando solo sulla forza delle armi e non sulla diplomazia, almeno nell’immediato, aveva ottenuto risultati più positivi di quelli conseguiti dall’attuale Governo a stelle e strisce.
Poi, un altro insuccesso di Obama è rappresentato dalla politica sanitaria, visto che la creazione di un sistema pubblico è riuscita solo in parte, date le grandi opposizioni che i poteri economici hanno realizzato per evitare che la gestione della Sanità passasse integralmente nelle mani dello Stato.
È ovvio, però, che, come insegna la storia e la dottrina, la politica segue l’economia, per cui la causa principale della sconfitta di un leader o di un partito è, comunque, costituita da ragioni di natura meramente economica.
Gli Usa sono, certamente, usciti dalla fase acuta della crisi, scoppiata nel 2007, ma il prezzo sociale pagato è stato ingente: sei anni fa, venne eletto Obama, in quanto il mutamento di Governo per gli Americani doveva segnare il cambio di rotta, anche, nelle politiche afferenti alla finanza e all’economia.
Le elezioni, che videro nel novembre del 2008 il trionfo di Obama, si svolsero forse nel momento più buio della storia di quel Paese, probabilmente finanche peggiore del 1929, e ciò giustificò chiaramente il grande consenso che venne attribuito ad un candidato, che si presentava come il paladino dello stato sociale e dei diritti dei più deboli.
Inevitabilmente, i poteri economico-finanziari hanno attuato le strategie più idonee, affinché essi non venissero eradicati dagli Usa, per cui il compromesso realizzato ha determinato la situazione attuale di una nazione tornata a crescere - visti gli esiti della produzione americana - pur essendo presente, ancora, una grandissima disparità fra ceti, alcuni dei quali sopravvivono solo grazie all’assistenza offerta dalle varie Chiese e dalle organizzazioni di solidarietà, su cui si basa il sistema assistenziale statunitense.
Non è, invero, facile riformare un Paese che ha convincimenti profondi, ma soprattutto non è agevole farlo quando i dati fondamentali dell’economia vanno in un senso diverso da quello auspicato.
Pochi lo sottolineano, ma gli anni dell’Amministrazione Obama sono stati quelli nel corso dei quali il prodotto interno lordo della Cina ha superato ampiamente il Pil statunitense, per cui gli States hanno perso la leadership economica a livello mondiale e, molto probabilmente, non la riacquisiranno a breve, benché essi siano ancora la principale potenza militare del globo ed, in virtù di tale primato, abbiano tuttora la pretesa - mai cessata del tutto - di decidere le sorti di altri Paesi.
La lezione americana valga, però, anche per gli Europei e per l’Italia, in particolare: un potere, per quanto sia nato grazie ad un consenso plebiscitario, può molto facilmente vacillare, quando le risposte prodotte non sono adeguate alle domande e alle aspettative generatesi in vasti strati della popolazione.
Peraltro, gli Stati Uniti hanno partiti politici, per loro tradizione, con scarso radicamento sociale, dal momento che la nozione di partito “leggero” è nata proprio oltre oceano.
Chi, dalle nostre parti, crede di poter svuotare le formazioni partitiche, per acquisire maggiore forza in prima persona, non può che sbagliare valutazione, perché qualsiasi capacità attrattiva di consensi, da parte di singoli, può spegnersi nel giro di brevissimo tempo e - se non c’è un riferimento ideale molto forte alla base di una leadership - non solo tracima questa, ma vengono meno un intero schieramento e le idee che esso avrebbe dovuto rappresentare più nobilmente ed autorevolmente.
Rosario Pesce