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Renzi ed il renzismo

 

 

Uno dei tratti peculiari di un leader è costituito dalla nascita di un gruppo di persone e collaboratori, che si ispirano ai suoi comportamenti e che, in qualche modo, ne riproducono idee e modus agendi. 
Orbene, Renzi ha avuto una fortuna fulminante, visto che, neanche sei mesi dopo la nascita del suo Governo, esiste già un piccolo esercito di politici del nostro Paese, che - da Destra come da Sinistra - lo assumono a modello, imitandone vezzi e, soprattutto, riproducendone i valori, più o meno pedissequamente. 
Come accade in questi casi, naturalmente chi si ispira ad un prototipo, nello sforzo di riprodurlo il più fedelmente possibile, rischia non solo di distorcerlo, ma - come si dice in gergo - diviene più realista del re. 
È il caso della Picierno, onorevole campana che, nell’assumere le legittime difese del suo Capo, nel corso di una trasmissione televisiva, è andata ben oltre i limiti consentiti nella contestazione dell’operato della CGIL, esprimendo accuse che, nella corretta relazione fra Governo e Sindacato, non dovrebbero essere pronunciate mai da nessuna delle due parti. 
Il guaio è, comunque, fatto: indipendentemente dai punti di vista diversi, è buona regola che chi intende costruire e non demolire, non deve mai offendere l’avversario, tanto più - come nel caso della sigla sindacale succitata - è l’unico soggetto che, ad oggi, ha dimostrato di poter mobilitare centinaia di migliaia di cittadini contro le politiche del Governo. 
Qualcuno potrà obiettare dicendo che, in qualsiasi epoca, i leaders hanno avuto i loro fieri paladini, i quali hanno fatto proprie le posizioni del Capo, andando anche oltre il seminato nella loro enunciazione propagandistica. 
Nessuno può dimenticare, ad esempio, i collaboratori di Berlusconi che, nel momento migliore del Cavaliere, intervenivano sistematicamente nelle polemiche contro la Magistratura per rilanciare precedenti interventi dello stesso Premier, fortemente contestati dalla stampa autonoma dal patròn di Mediaset. 
Ma, la personalità che, più di tutte, ha avuto una schiera di collaboratori, che ne corroboravano l’immagine, imitandola e riproducendola su larga scala, è stato Bettino Craxi: non è un mistero se il craxismo sia sopravvissuto nel nostro Paese per molti anni dopo la fuga in Africa del leader socialista. 
In quel caso, si giunse addirittura a forme – sia pur limitate – di culto della persona, visto che il Segretario del PSI veniva imitato, finanche, nei movimenti e nella sua espressività facciale dinnanzi alle telecamere, per cui, a partire da un certo momento in poi, più che collaboratori molti componenti del suo partito sembravano - nel linguaggio e nelle movenze - dei cloni del Capo. 
È evidente che la nascita di un fenomeno siffatto conferisce ad un politico il crisma della leadership, per cui, solo quando si verifica un’imitazione così sistematica dei suoi comportamenti pubblici, allora si può dire compiutamente che questo o quel rappresentante delle istituzioni è assurto ad un ruolo preminente nella società e, spesso, nelle gerarchie dello Stato. 
Accade, così, per Renzi, che sta coltivando una progenie di renziani, pronti al sacrificio, pur di fare cosa gradita al proprio leader. 
È chiaro, infatti, che la televisione è uno strumento potentissimo di creazione, ma anche di distruzione di carriere, per cui, quando un parlamentare mette in scena una plateale defaillance dinnanzi alle videocamere, poi per un po’ di tempo è costretto a tenersi lontano dalle stesse, proprio come è accaduto alla Santanchè, che - per eccesso di difesa di Berlusconi - fu invitata dallo stesso Cavaliere a non partecipare ai talk show, perché rischiava, per troppo affetto nei suoi riguardi, di produrre danni rilevanti. 
Cosa rimarrà degli “ismi” non lo si può prevedere con largo anticipo, quando un fenomeno sociale – come il renzismo, in tal caso – è appena ai suoi albori e deve, ancora, produrre il meglio di se stesso. 
Certo è che tutti i fenomeni manieristici, come insegna la storia dell’arte e della cultura, sono comunque destinati a vivere una vita relativamente breve ed, in particolare, sono condannati all’oblìo, dopoché la forza di trascinamento del leader si è spenta più o meno bruscamente, più o meno progressivamente. 
Una riflessione, però, un po’ provocatoria va fatta circa la relazione fra i tempi della politica e quelli dei media. 
Se gli “ismi” esistono, dal momento che vengono indotti - se non creati - dalla televisione e dalla rete più di recente, perché non proviamo, per qualche tempo, a spegnere la cattiva tv o a non frequentare il web, così da provocare l’immediata estinzione di mode tanto transeunti, quanto dannose per chi le subisce acriticamente? 
Forse, se si tornasse agli strumenti della propaganda, tipici della prima parte del Novecento, ci risparmieremmo la Santanchè o la Picierno di turno? 
Forse, così facendo, anche Sindacati e Governo potrebbero più facilmente trovare una via possibile per un buon compromesso, dal momento che il venir meno dello strumento mediatico, inevitabilmente, eliminerebbe alla radice la contrapposizione - sterile e strumentale - a mero uso propagandistico? 



Rosario Pesce

 

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