Una nomina inattesa
La nomina di Paolo Gentiloni per il ruolo di Ministro degli Esteri è un fatto inatteso nel panorama odierno, visto che il Presidente del Consiglio aveva indicato, per quel delicato compito, una giovane parlamentare o, comunque, un rappresentante del suo partito con minore esperienza di quella dell’attuale Ministro, che – come sappiamo bene – è stato uno dei più importanti componenti della classe dirigente della Margherita di Rutelli.
La nomina, diversa da quella originariamente prevista, è nata dal divieto del Presidente della Repubblica, che ha chiesto al Premier che il Ministero degli Esteri venisse affidato a chi vanta un curriculum ed una formazione culturale idonei sui temi di politica internazionale, evitando – come, invece, è stato fatto in altri casi – che giovani al primo mandato parlamentare ricevessero un incarico, che richiede competenze non comuni.
Nei mesi precedenti all’individuazione di Gentiloni per il ruolo alla Farnesina, sono sorte polemiche da molte parti contro le scelte fatte da Renzi, in particolare quando si insediò a Palazzo Chigi nello scorso mese di febbraio, visto che molti suoi Ministri apparvero alla pubblica opinione ed ai giornali, finanche a quelli gravitanti nell’area di Centro-Sinistra, fin troppo impreparati per assurgere a funzioni istituzionali, che richiedono invece preparazione e, soprattutto, adeguata padronanza della situazione, che si va a gestire, ricavabile solamente dall’assiduità nella frequentazione di determinati luoghi statuali, italiani ed europei.
L’episodio, afferente all’individuazione del nome migliore per la poltrona della Farnesina, ci permette di porre una questione, che va ben oltre il mero fatto di cronaca, da cui siamo partiti: il cursus honorum, come si diceva nell’antica Roma, della classe dirigente del nostro Paese.
Infatti, come insegnavano i Romani, per stare nelle istituzioni nel modo più consono possibile, che si riceve, è necessario che qualsiasi personalità, indipendentemente dalle proprie qualità intellettuali e politiche, debba formarsi un’esperienza, che le può consentire di diminuire la percentuale di errori, inevitabili quando si occupano posizioni di potere.
Orbene, ai tempi della Prima Repubblica, come già nell’antichità, esisteva un percorso per cui ciascun esponente, prima di assurgere alla guida del più importante Ministero del Governo nazionale, doveva realizzare una lunga trafila, passando attraverso incarichi di partito ovvero, all’interno della compagine governativa, in ruoli meno importanti di quello che può essere rappresentato dalla Farnesina.
È vero che, così, si alzava notevolmente l’età media dei governanti, ma il meccanismo garantiva una selezione, che avveniva sulla base sia di meriti politici, che di natura tecnica.
Orbene, l’ondata di cambiamento, che nel nostro Paese è stata sempre più violenta, a partire dal 1994, ha fatto sì che scattasse una sindrome iconoclasta, per cui ogni riferimento con il passato, finanche con quello recente, diventa meritevole di essere eliminato ed, in nome del nuovismo, si avverte l'urgenza di cambiare il personale politico, mettendo, al posto di quello che bruscamente viene allontanato, dei giovani – sia per anagrafe, che per esperienza pregressa nelle istituzioni – perché nessuno della classe dirigente nuova deve vantare alcuna forma di collegamento con chi – bene o male – ha governato in passato.
Questa tendenza, che certo ha in sé qualcosa di patologico, perché affida alla carta d’identità il criterio pressoché unico di selezione, si è accentuata ulteriormente in tempi – come quelli odierni – di renzismo dominante, per cui, a febbraio e nei giorni scorsi, in fase di rimpasto di Ministri e Sottosegretari, sono stati proposti al Capo di Stato nomi, probabilmente, sconosciuti allo stesso Napolitano, che, facendo prevalere le prerogative costituzionali, ha imposto il suo veto, ispirando al Premier scelte diverse da quelle che, volentieri, questi avrebbe fatto.
Il problema è serissimo: cambiare l’intero Governo, introducendo Ministri che sono alla prima esperienza all’interno dell’Esecutivo, peraltro in ruoli chiave per l’immagine internazionale del Paese, non rappresenta un’impresa commendevole, perché si sa bene che, quando il ceto politico è inesperto, a prevalere poi sono i tecnocrati, che fanno parte dello staff ministeriale da anni o decenni, per cui – anche in buona fede – possono condizionare le determinazioni di chi, per difetto di informazioni, non può fare altro che adottare le decisioni suggerite da chi vanta un curriculum importante, alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, in qualità di funzionario.
Il Governo dei giovani e del cambiamento, dunque, diventerebbe ben presto quello dei burocrati e degli anziani, dal momento che è noto che i dirigenti, che svolgono attività di consiglieri nelle strutture ministeriali, sono persone scafate, che hanno partecipato alle vicende afferenti agli ultimi trent’anni, almeno, della storia del nostro Paese, per cui costituiscono il trait d’union – talora, inquietante – proprio con quel passato, che gli assertori del cambiamento tout court vorrebbero cancellare con un colpo di spugna.
È, questa, la dimostrazione concreta che il semplicismo, in politica come nella vita e nelle professioni, non sempre porta a risultati pregevoli, anzi sovente è il presupposto dell’errore, finanche tragico.
Fortunatamente, nella circostanza che abbiamo commentato, ha provveduto il Capo di Stato a riportare la ragionevolezza e la saggezza, evitando che l’Italia potesse distinguersi per una nomina, che avrebbe fatto discutere sia in Europa, che oltre oceano.
Ma, la prossima volta, quando la bandiera del nuovismo porterà a fare errori analoghi, chi sarà in grado di correggere il tiro e prevenire scelte, quanto meno, azzardate?
Speriamo, invero, che la demagogia possa scomparire assai rapidamente dallo scenario istituzionale, perché, altrimenti, lo Stato rischia di trasformarsi in un agone per dilettanti mandati allo sbaraglio da chi - per dirla alla latina, cum scientia et coscientia - nutre una triste visione da marketing dell’impegno e dell’elaborazione politica.
Rosario Pesce