La Destra che non c’è più…
Pierluigi Battista, in un editoriale pubblicato ieri dal Corriere della Sera, illustra in modo efficace la fine della Destra italiana, che, da quando è venuta meno la leadership di Berlusconi, è ormai divenuta uno schieramento residuale nella geografia politica del nostro Paese.
Infatti, per oltre venti anni, il Cavaliere ha vantato il grande merito di aver tenuto insieme forze eterogenee, che si sono identificate nella sua guida, visto che egli rappresentava la carta vincente per Palazzo Chigi.
Mettere insieme ex-socialisti ed ex-democristiani, leghisti inferociti ed ex-fascisti, è stata un’impresa non facile, visto che si tratta di soggetti aventi vocazioni diverse: alcuni erano più idonei per fare un’opposizione dura e pura, come si diceva un tempo, mentre altri, radunatisi attorno al patròn di Mediaset, evidentemente avevano solo un’aspirazione ed un’ambizione di potere, per cui, quando Berlusconi è caduto in disgrazia, sono stati i primi ad andare via dalla Casa delle Libertà.
Ora, nel campo moderato, non esistono formazioni credibili: i risultati elettorali dello scorso mese di maggio dimostrano ampiamente la tracimazione di consenso, realizzatasi in favore del PD ed, in particolare, a vantaggio di Renzi, che – per capacità comunicativa e contenuti dell'azione programmatica – è, obiettivamente, il migliore, se non l’unico erede della tradizione berlusconiana.
Ed, invero, il problema dell’eredità è quello che ha dominato in tutti questi anni, già quando Berlusconi era, ormai, prossimo al congedo, a causa dei notissimi guai giudiziari.
Molti giovani rappresentanti della Destra, da Fini ad Alfano, da Casini a Fitto, hanno cercato di promuoversi al ruolo di successore del Cavaliere, ma tutti hanno miseramente fallito, perché quest’ultimo non ha consentito a nessuno di crescere oltre un determinato livello, almeno fino a quando ha esercitato un potere di condizionamento sulla pubblica opinione italiana vicina alle sue posizioni.
Per cui, come Crono nella mitologia greca, Berlusconi ha divorato tutti i potenziali delfini, creando le premesse perché, poi, fosse l’altro schieramento, quello di Centro-Sinistra, a generare un’ipotesi di continuità con il berlusconismo più autentico e vincente.
Ora, rimangono solo le macerie: alla Destra moderata si è sostituita quella xenofoba ed anti-europeista, rappresentata dalla Lega, che - nell’arco dell’ultimo ventennio - ha avuto la capacità di cambiare pelle più volte, non scomparendo mai del tutto dalla scena, finanche nei momenti peggiori.
Infatti, la Lega degli anni ’90 di Bossi, che urlava contro i Meridionali e la casta romana, si è trasformata in quella di Salvini, che strepita contro gli immigrati e la tecnocrazia di Bruxelles: mutandis mutatis, dunque, essa sopravvive perché, pur cambiando registro propagandistico, riesce comunque a godere di una platea di supporters composta da cittadini che si lasciano affascinare da messaggi truci e, spesso, molto violenti sul piano verbale.
È ovvio che una simile Destra, come quella lepenista in Francia o quella di Farage in Inghilterra, non riuscirà mai a prendere il potere, a meno che non si realizzi una trasformazione radicale del sistema istituzionale, che invero non auspichiamo, né prevediamo.
È, però, vero che una siffatta Destra, reazionaria e culturalmente troglodita, può essere in grado di rappresentare un riferimento di tutti quei ceti disorientati, che vivono ai margini di livelli accettabili di benessere, per cui hanno l’esigenza di gridare il proprio disagio contro qualsiasi persona o gruppo sociale, ancora più debole, che sembra poter appropriarsi di ciò che non viene loro riconosciuto come diritto sacrosanto.
Questa tipologia di Destra è sempre esistita, ma – fortunatamente – è stata minoritaria, visto che la coscienza democratica del nostro Paese è un valore acclarato, che certo né Salvini, né Grillo, né altri possono mettere in discussione, neanche puntando al grave disagio socio-economico, che costituisce il naturale humus, in cui pericolosi sentimenti antidemocratici e nazionalistici, generalmente, germogliano e crescono vividi.
Alla fine del ventennio berlusconiano, allora, cosa rimane di questo triste periodo?
Forse, da un punto di vista politico molto meno di quanto si possa attendere, ma certamente resta nella società italiana una ferita molto profonda, dato che, nel corso di questi due decenni, le differenze fra ricchi e poveri sono molto aumentate e, soprattutto, è peggiorata in modo sensibile la qualità percepita delle nostre istituzioni, che ormai possono fare a meno dei partiti, identificandosi con leadership più o meno carismatiche, che sono la degenerazione del modello più corretto di democrazia diretta.
Non ci rimane che un auspicio: la Sinistra di Governo, nel prossimo ventennio, non sia peggiore della Destra, con cui per un po’ di tempo ha governato l’Italia e a cui si è opposta stentatamente nei momenti cruciali del ventennio, appena, trascorso.
Rosario Pesce