Logo

Un paragone inopportuno

In queste settimane di notevole fibrillazione politica, spesso in occasione dei dibattiti parlamentari e di quelli televisivi, viene evocato - in modo più o meno appropriato - Bettino Craxi, che, forse fra gli esponenti della Prima Repubblica, è maggiormente citato dai giornalisti e dai commentatori. 
In non poche occasioni, la riproposizione della memoria del Segretario del PSI è, invero, gratuita: ad esempio, ci appare ingenerosa, per molte ragioni, la comparazione fatta, sistematicamente, con l’odierno Premier. 
Innanzitutto, Craxi scalò un partito, nel 1976, che viveva ai margini della politica nazionale, visto che, in età di Compromesso Storico, le uniche forze che contavano per davvero erano il Pci e la Dc, per cui il PSI, arrivato ai minimi storici durante la gestione di De Martino, si affidò alle cure del craxismo per tornare ad essere centrale negli equilibri nazionali. 
Finanche, nel momento migliore, i Socialisti craxiani non superarono mai il 15% dei consensi, mentre oggi Renzi parte dal 40,8% delle ultime elezioni europee: quindi, la situazione elettorale dei rispettivi partiti non è per nulla confrontabile. 
Un tratto, alcuni osservatori, vorrebbero pure vederlo in comune fra i due protagonisti: il decisionismo. 
Sono, però, questi - a nostro avviso - fattori difficilmente comparabili: Craxi era decisionista per esigenza strategica, visto che il partito, che doveva rifondare, necessitava di una vera e propria palingenesi da un punto di vista generazionale, dal momento che, con la conclusione dell’esperienza di De Martino e la morte di Nenni, che sarebbe sopraggiunta subito dopo, arrivava alla sua conclusione l’esperienza politica dei Socialisti che avevano partecipato alla Resistenza e al Frontismo con i Comunisti. 
Invece, il PD renziano non presenta il medesimo bisogno immediato del ricambio generazionale, che si sta producendo, in modo tumultuoso e radicale, solo per effetto di una scelta ben precisa del leader, che utilizza - in modo malizioso - l’alibi del ringiovanimento dei gruppi dirigenti all’unico scopo di rimuovere quanti possono, tuttora, fargli ombra. 
Peraltro, ci pare giusto mettere in evidenza una differenza fondamentale fra Renzi e Craxi, che forse è quella decisiva: il Premier socialista, nato all’ombra del mito di Mazzini e Garibaldi, ha sempre portato con sé un istinto molto marcato contro i poteri forti e contro qualsiasi autorità che non fosse legittimata dall’ordine costituzionale repubblicano. 
Le scelte più importanti, che egli maturò nel corso del quadriennio di Governo, furono non a caso improntate ad uno spirito di autonomia sia dai poteri pre-politici nazionali, che da quelli stranieri. 
Questa posizione, così marcatamente fiera del primato della dimensione del "politico" - per dirla con C. Schmitt - rispetto all’economia e al sistema di relazioni internazionali, si può ricavare da due atti, che molto probabilmente gli costarono moltissimo nel corso della carriera successiva. 
Nessuno può dimenticare l’episodio dell’Achille Lauro, quando Craxi, con orgoglio e senso di iniziativa, disse di ‘no’ alla richiesta degli Americani, volta ad arrestare i terroristi palestinesi, che avevavo sequestrato la nave da crociera italiana, uccidendo un cittadino statunitense di religione ebraica. 
Analogamente, molto significativo fu l’atteggiamento di Craxi quando, essendo stata assunta la decisione di dismettere la proprietà pubblica dell’Alfa Romeo, egli era convinto che i capitali della Ford dovessero prelevare l’azienda lombarda, mentre Prodi - allora Presidente dell’IRI - spinse perché il marchio automobilistico rimanesse nelle mani italiane, decidendo per la vendita in favore della Fiat, ad un prezzo inferiore a quello che la casa automobilistica d’oltreoceano aveva dichiarato di voler pagare. 
La storia non si può fare né con i “se”, né con i “ma”. 
Ipotizziamo, però, che il buon Renzi, se si fosse trovato in condizioni analoghe, avrebbe dato il suo assenso a deliberazioni, finalizzate molto probabilmente a lisciare il pelo ai poteri forti e, pur di non perdere la scalata fatta al PD e al Governo nazionale, non avrebbe mai osato contrapporsi a potentati economici - nazionali ed internazionali - che sono, anzi, i suoi principali sostenitori. 
D’altronde, il Renzi, andato in America e sedutosi al fianco di Marchionne nel corso di una conferenza stampa, ci restituisce un’immagine invero poco craxiana: il leader del Garofano, difficilmente, avrebbe fatto i complimenti ad un amministratore delegato, che ha il grande demerito, in vista dell’interesse nazionale, di aver trasferito la sede legale del proprio gruppo fuori dai confini italiani, determinando una perdita notevole per l’Erario. 
Analogamente, la rappresentazione mediatica, che sovente viene promossa da Palazzo Chigi, di un Primo Ministro per nulla prono alla volontà della Merkel, ci pare di ispirazione mitologica, ma priva di un contenuto effettivo. 
Molto probabilmente, il Craxi, che sfidò gli Americani sui fatti di Sigonella, avrebbe posto, al tavolo dell’Unione Europea, la questione della ridefinizione degli Accordi di Maastricht e, dunque, delle condizioni finanziarie e monetarie, che ora costringono l’Italia, come altri Paesi, a vivere una situazione di obiettiva difficoltà. 
Non è nostro interesse delineare il ritratto di due personalità in necessaria antitesi fra loro, ma forse è giusto rimettere le cose nel corretto ordine storico: infatti, la classe dirigente della Prima Repubblica venne eliminata per via giudiziaria e, da quel momento in poi, il primato della politica, rispetto agli altri poteri, è venuto tragicamente meno. 
Craxi è l’esponente più alto di quella fase storica, cessata con Tangentopoli, mentre Renzi è il figlio di un’epoca nata dalla mortificazione continua della politica. 
Non a caso, egli ha fatto strada all’interno del PD in nome di un messaggio – verbalmente, molto violento – contro la casta, che coincide con il medesimo refrain dal 1994 in poi, pur con la differenza che, all’epoca, esso venne interpretato da Berlusconi, mentre oggi è il Segretario del principale partito di Centro-Sinistra a predicarlo, a costo finanche di far venire meno le stesse ragioni ideali per cui la sua forza debba, ancora, definirsi di Sinistra. 
Forse, un po’ di cautela in più nelle similitudini e nelle comparazioni fra personalità di diverse fasi storiche sarebbe auspicabile? 
Forse, sarebbe opportuno approfondire alcune pagine della storia italiana, anche allo scopo di rinverdire lo spirito di tempi che non esistono più e di cui, nonostante tutto, non si sente molto l’assenza? 
Forse, semplicemente, sarebbe giusto fare un’operazione di ricostruzione storiografica onesta, al fine di non attribuire, retroattivamente, colpe e meriti del tutto infondati? 


Rosario Pesce

 

Condividi quest'articolo

Altri articoli di Politica


Atripalda, aggiudicati i lavori.

Sono stati aggiudicati i lavori del secondo lotto per la sistemazione idraulica e la riqualificazione ambientale del fiume Sabato, lungo il tratto urbano di Atripalda. È stata pubblicata sull’albo pretorio della Provincia la d[...]

Contattaci

  • Telefono: 347/ 5355964

  • Email: solofraoggi@libero.it

  • Email: ilcomprensorio@libero.it

Seguici