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Una strategia suicida

Quella, messa in scena in questi giorni da parte del Segretario Nazionale del PD, nonché Presidente del Consiglio, è una vera e propria strategia suicida: ormai, il suo progetto politico si va chiarendo sempre più, denunziando limiti importanti. 
Infatti, gli eventi dello scorso week-end ed i fatti, poi conseguiti, dimostrano come intenzione di Renzi sia liberarsi del Partito Democratico, che rappresenterebbe per lui più un freno, che non un fattore di crescita elettorale. La manifestazione della Leopolda è un chiaro segnale dell’esistenza di un partito trasversale, che occupa spazi ideali molto diversi da quelli, tradizionalmente, di riferimento del PD. 
Il disegno dell’Ulivo, prima, e poi quello del Partito Democratico, a partire dal 2007, si basano su un concetto fondamentale: le due Sinistre, quella moderata e di ispirazione cattolica e quella di formazione post-comunista e più significativamente progressista, devono convivere e collaborare per sconfiggere più facilmente Berlusconi ed, in particolare, la retrograda Destra italiana. 
Peraltro, il compromesso fra ex-democristiani ed ex-comunisti mette insieme le migliori espressioni della nostra storia recente, visto che il PCI e la DC interloquivano almeno dagli anni ’70, da quando cioè naufragò il progetto di Berlinguer e Moro, teso a portare al Governo i comunisti dell’epoca. 
Renzi, in nome della rottamazione di un’intera generazione di esponenti di primissimo piano dello scenario parlamentare, sta mandando in aria un disegno siffatto, per cui è lapalissiano che egli preferisca avere, come alleati di fatto, Berlusconi e Verdini piuttosto che farsi carico della parte più marcatamente laburista del suo medesimo partito. 
Mutuando un’espressione giornalistica, potremmo parlare di svolta centrista, visto che il Premier ha messo in conto l’ipotesi che gli ex-comunisti del PD organizzino una scissione e creino, così, una nuova formazione alla gauche del Partito Democratico, che – dalle proiezioni affidabili di Ilvo Diamanti – potrebbe avere un potenziale bacino elettorale del 10%, quindi molti più voti di quelli, finora, raccolti dalla Sinistra Arcobaleno nel corso dell’ultimo ventennio. 
D’altronde, appare a tutti un dato facilmente leggibile: Renzi non solo non teme la scissione, ma sembra quasi volerla causare, dal momento che egli – a torto, secondo noi – ritiene strategico apparire agli occhi degli altri Stati come un leader liberale e moderato, nonostante - pochi mesi fa - abbia ottenuto il grande risultato di iscrivere il suo stesso partito al P.S.E., cioè di aver fatto rientrare il Partito Democratico nella grande famiglia del Socialismo europeo. 
La forma politica, però, è strumentale ad una sostanza economico-sociale: l’attacco al mondo del lavoro ed ai sindacati. 
Infatti, intenzione del Presidente del Consiglio è quella – come, ormai, si può facilmente intuire – di dimostrare che una nazione complessa, come la nostra, debba essere governata senza la collaborazione delle organizzazioni sindacali, anzi in manifesta rottura con queste ultime. 
È ovvio che qualsiasi Premier progressista, dopo una manifestazione - come quella dello scorso sabato - che ha visto la partecipazione di oltre un milione di persone, avrebbe più prudentemente deciso di prendere qualche giorno di riflessione e di riconsiderare i provvedimenti, riguardanti il mondo del lavoro, duramente contestati nel corso della trionfale kermesse romana di Piazza San Giovanni. 
Renzi, invece, ha deciso di andare avanti lungo la strada già segnata, palesando indifferenza verso la mobilitazione organizzata dalla CGIL: ha, inoltre, sfidato apertamente i sindacati, non presiedendo la riunione di ieri di Palazzo Chigi e mandando in sua vece dei Ministri, che non avevano alcun margine di trattativa con i loro interlocutori. 
Il Presidente del Consiglio, dunque, ha deciso: in un momento di crisi molto forte, come quello che stiamo vivendo, egli, nello scontro civile e democratico fra le espressioni del lavoro e quelle dell’imprenditoria, ha scelto di stare da una parte ben precisa. 
Ciò è, ampiamente, provato anche dai contenuti della Legge di Stabilità, che prevede un notevole sacrificio per l'Erario per detassare le imprese ed i lavoratori autonomi, privandoli del carico dell’Irap, a fronte di un taglio di servizi di primaria importanza sociale, che inevitabilmente sarà realizzato dalle Regioni, dal momento che la copertura finanziaria per i provvedimenti, appena assunti, viene ricavata dalla diminuzione drastica degli stanziamenti in favore dei poteri e delle autonomie locali. 
Renzi come Crispi? 
Infatti, l’ultimo Presidente del Consiglio a schierarsi così manifestamente con l’imprenditoria e contro i rappresentanti dei lavoratori fu l’esponente siciliano, che governò l’Italia nel corso dell’ultimo ventennio del XIX secolo. 
L’esperienza crispina, però, finì molto male, dato che la mancata neutralità dell’Esecutivo nella dialettica fra lavoro ed impresa sfociò, poi, nella strage di Milano del 1898. 
Noi auspichiamo vivamente che il confronto, innanzitutto, si mantenga - nei prossimi mesi - nei limiti della civiltà e della democrazia e che l’Esecutivo possa rivedere una posizione, che sembra foriera di sciagure e disgrazie. 
Anche per questo motivo, secondo noi, sarebbe necessario che il progetto politico del PD vada avanti e non si arresti, perché, creando le premesse per la convivenza di un’area centrista e di una progressista, quel partito è in grado di garantire il dialogo, condizione essenziale per la pace sociale e per uno sviluppo corretto delle nostre istituzioni. 
Un’eventuale frattura, con la scomposizione fra centristi ed ex-comunisti, alimenterebbe invece lo scontro e getterebbe altra benzina sul fuoco, che ora inizia ad ardere in modo inquietante. 
Forse, Renzi, dopo aver conseguito la rottamazione dei suoi avversari interni e dei dirigenti sindacali, è alla ricerca, finanche, di un preoccupante innalzamento del tasso di conflittualità fra classi ed i loro rispettivi rappresentanti parlamentari? 


Rosario Pesce

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