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Le due Sinistre

È, ormai, evidente che in Italia, in questo momento, siano presenti due Sinistre: quella renziana e quella anti-renziana, che rappresentano non solo altrettante opzioni politiche lontane fra di loro, ma soprattutto rispondono a paradigmi culturali, difficilmente conciliabili. 
Innanzitutto, il dato anagrafico: quella renziana è la generazione dei quarantenni, che dimostrano un grado di rampantismo notevole, mentre quella che si oppone al Premier è composta, per lo più, da sessantenni, che, pur avendo qualità straordinarie, in passato sono stati responsabili di scelte, tuttora, discutibili. 
La componente, vicina al Premier, palesa un senso eccessivamente disinvolto nell’approccio alle istituzioni: nati, infatti, per lo più negli anni ’70 del secolo scorso e cresciuti negli anni ’90, quando hanno acquisito il diritto al voto, i membri della corrente renziana non possiedono una visione ideologica dei rapporti sociali e politici. 
Per molto di loro, le ideologie sono un arnese desueto del secolo e del millennio precedente, per cui invocano la ratio del Buon Governo, che dovrebbe ispirarsi ad una logica meramente amministrativa dell’esistente, senza alcuna ambizione verso un’utopia, che costituisce - invece - l’elemento fondante di qualsiasi ideologia. 
L’Italia della Seconda Repubblica è stata quella dei protagonismi: non è un caso se le figure istituzionali, che ricordiamo maggiormente, sono incarnate da Sindaci, che sovente hanno prodotto una gestione allegra dei bilanci dei Comuni italiani. 
Orbene, questa generazione, ora, arriva ai vertici del nostro Stato: evidentemente, il salto di qualità non è da poco, visto che gli Enti Locali vengono governati secondo parametri di tipo presidenzialistico, mentre il Governo nazionale risponde ad una logica parlamentarista, dal momento che, salvo eventuali riforme, sempre annunciate e mai realizzate, l’Italia rimane fermamente legata al parlamentarismo, tipico del XX secolo. 
Nonostante tale distinzione abbia un peso non irrilevante, sembra che molti della nuova generazione di quarantenni rampanti non la conoscano o, meglio, non la vogliano praticare, immaginando di poter ridurre l’Assemblea degli eletti di Montecitorio e Palazzo Madama a quella di un qualsiasi Consiglio Comunale. 
L’essere nati e, soprattutto, l’essersi formati in un’epoca post-ideologica ha conseguenze importanti sui modelli di ragionamento di chi, forse troppo frettolosamente, è arrivato ad occupare posizioni molto importanti. 
Infatti, in nome del pragmatismo, sovente non si può essere sufficientemente lucidi, in particolare quando vanno affrontati problemi, che non hanno un peso strettamente tecnico, ma hanno una valenza sistemica, che solo il pensare per ideologie può insegnare a percepire e a discutere criticamente. 
Le due Sinistre del nostro Paese, pertanto, non sono solo altrettante componenti di un medesimo partito, che incontra difficoltà a riconoscersi in un comune progetto politico, ma sono essenzialmente due squarci di una nazione, che oggi ha molti meno elementi in comune di quanti non ne avesse trent’anni fa. 
È noto che le crisi economiche tendono a distanziare le persone fra loro, per cui il senso di comunità viene messo a dura prova, quando ci si rende conto che le ricchezze si assottigliano e che quelle rimanenti non sono sufficienti a sfamare un popolo intero in modi e forme, ragionevolmente, equi. 
Il dramma è proprio questo: le due parti, che si contendono fieramente l’eredità di una parola bella ed assai complessa, qual è “Sinistra”, non dialogano, né hanno intenzione di farlo nei prossimi mesi, come se fosse in atto un processo di delegittimazione reciproca, per cui nessuno degli avversari intende riconoscere l’altro, dando a questi la patente - appunto - di proprio antagonista. 
Generalmente, un fatto simile accade in momenti eccezionali, come insegna la storia moderna, quando un nuovo ordine politico e sociale sta per succedere ad uno vecchio, per cui il leader uscente ed il subentrante preferiscono al dialogo lo strumento delle armi, che evidentemente avvantaggia chi ha, dalla sua, la forza della novità. 
In tal caso, ovviamente, lo scontro si consumerà nelle forme previste dalla democrazia e dalla civiltà, ormai stratificata in Occidente, ma siamo sicuri, comunque, che l’Italia è giunta ad un punto di svolta di importanza non secondaria, paragonabile a quelli avutisi dopo i conflitti mondiali del secolo scorso. 
La povertà – oggi regnante – presenta, infatti, proporzioni non dissimili da quella che si concretizzò dopo le due Guerre del Novecento, tanto più se si tiene presente dell’odierno punto di partenza e dei possibili sviluppi futuri: siffatto dato non potrà non condizionare, purtroppo, la qualità dei processi democratici. 
Noi, dal canto nostro, non possiamo non auspicare, dunque, che il conflitto si ricomponga e che la normalità dell’interlocuzione civile venga ripristinata, se si vuole prevenire l’implosione di un’area politica che - pur nelle molteplici differenze e nelle articolazioni interne - rappresenta il punto più avanzato della cultura e della prassi istituzionale del nostro Paese. 
Sarà, questo, un obiettivo possibile o siamo alla vigilia di una scomposizione del quadro partitico, che avrà ripercussioni nella dinamica parlamentare dei prossimi venti anni? 



Rosario Pesce

 

 

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