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Leopolda o piazza?

Questo week-end vedrà due appuntamenti molto importanti: da una parte, la kermesse della componente renziana del PD, che si svolgerà – come da consuetudine – presso la stazione fiorentina della Leopolda; dall’altra parte, invece, la manifestazione di piazza della CGIL, prima e vera occasione di dissenso pubblico contro le politiche economiche e sociali dell’Esecutivo Renzi, a cui prenderà parte la minoranza democratica, capeggiata da Cuperlo. 
Non è la prima volta, nella storia italiana, che due correnti del medesimo partito di Governo partecipano ad altrettante manifestazioni, aventi un segno politico così nettamente diverso l’una dall’altra. 
Il PD, in qualche modo, si sdoppia, divenendo compiutamente partito, ad un tempo, di gestione ed opposizione, potendo contare su correnti - ideali e culturali - che hanno ben poco in comune, se non appunto l’appartenenza – almeno momentanea – al medesimo contenitore elettorale. 
Qualcuno obietterà che, finanche ai tempi della I Repubblica, succedeva che, all’interno della stessa formazione, nascessero due o più gruppi correntizi, che avevano come loro scopi complementari quelli di intercettare il consenso sia di chi approvava le politiche del Governo, sia di chi dissentiva, più o meno radicalmente, da queste. 
Per certi aspetti, sarebbe - questo - un gioco strumentale, per cui il gruppo dirigente di un grande partito aspira a dare rappresentanza sia alle tesi dell’Esecutivo, che a quelle dei movimenti di opposizione. 
Questa volta, però, crediamo che le cose non si pongano, esattamente, sul medesimo piano per una serie di ragioni, che vale la pena di indagare. 
Innanzittutto, siamo agli inizi di un lungo ciclo – quello renziano – per cui immaginare che, per molti anni, Renzi possa tollerare, all’interno del suo partito, il controcanto continuo costituito da una corrente, che sistematicamente critica i suoi provvedimenti, appare - in verità - aspettativa peregrina. 
Peraltro, con i tempi e le modalità dell’odierna dinamica parlamentare, ci chiediamo quale sia il margine di sopravvivenza di una componente minoritaria di un partito di Governo che, mentre prende le distanze dalle politiche dell’Esecutivo, per disciplina vota sistematicamente comunque tutti i provvedimenti, pur non rinunciando successivamente ad andare in piazza a contestarli in modo aspro, affiancandosi al sindacato. 
Inoltre, c’è un dato importante: la minoranza democratica, oggi, non ha un leader, visto che la leadership non solo presume capacità di elaborazione, ma soprattutto richiede un certo fascino mediatico, che nessun esponente della componente della Sinistra democratica possiede. 
Si può, pertanto, immaginare che i vari Cuperlo, Bersani, D’Alema, D’Attorre stiano lavorando non per loro stessi, ma stiano – consciamente o inconsapevolmente – portando acqua al mulino per la costruzione di un nuovo protagonista della scena politica, che si colloca al di fuori del loro stesso partito. 
È evidente a molti che, in questo ultimo periodo, la personalità che, maggiormente, si è distinta nello sforzo di opposizione al Governo Renzi sia Maurizio Landini, che - capeggiando la Fiom - ha dapprima contestato i vertici del proprio sindacato ed, ora, ha assunto una posizione predominante all’interno dell’organizzazione sindacale, dal momento che l’acuirsi del conflitto sociale inevitabilmente dà ragione a chi, da tempo, ha portato avanti tesi molto forti di contrapposizione radicale al quadro istituzionale, che si veniva man mano consolidando. 
Diventa, però, difficile immaginare che i referenti della minoranza del PD non si siano accorti del contributo, che stanno portando al primato del sindacato rispetto al partito: infatti, nei prossimi mesi, la Sinistra del PD vedrà dettarsi l’agenda sempre più dalla CGIL, per cui, come poche altre volte nella storia del Paese, sarà il movimento sindacale a determinare il rinnovamento di uomini ed idee all’interno dell’area più marcatamente progressista dello schieramento parlamentare. 
Si creerà, invero, una condizione nuova, che vedrà come protagonista un PD dilaniato dal gioco delle correnti, che però non avrà un valore strumentale, ma si caratterizzerà per la presenza di opzioni, strategicamente, distinte l’una dall’altra. 
Forse, sarà il preludio alla scissione? 
Forse, sarà la premessa per un rinnovato inizio del PD? 
O, forse, sarà semplicemente la condizione per un rimpasto di Governo, che non modificherà gli equilibri sostanziali all’interno né del partito, né del medesimo Esecutivo? 


Rosario Pesce

 

 

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